Delitto Scazzi, "Avetrana odia Cosima e Sabrina" Così il processo verrà allontanato dal paese

I legali delle imputate ottengono che la Cassazione valuti il
trasferimento. Zio Michele insultato dalla folla, in aula cerca lo
sguardo di moglie e figlia. Nel cimitero di Avetrana prosegue il macabro pellegrinaggio dei curiosi

Taranto - Fuga da Avetrana, lontano da Taranto ma soprattutto dal paese dove da oltre un anno si mescolano rabbia e dolore, via da questo angolo di Puglia e dai riflettori accesi sulla tragica fine di una ragazza di 15 anni e sul vortice di voci e veleni e sussurri e confessioni e ritrattazioni che hanno scandito settimane interminabili. È questa la richiesta avanzata ieri nel corso dell’udienza preliminare dagli avvocati Franco Coppi e Nicola Marseglia, i difensori dei personaggi chiave dell’inchiesta: Sabrina Misseri e sua madre Cosima Serrano, tutte e due in carcere con l’accusa di aver sequestrato e ucciso Sarah Scazzi il 26 agosto dell’anno scorso in un torrido pomeriggio, che s’è portato via il destino di un’adolescente e ha fatto sprofondare in un incubo le settemila anime che popolano questo centro agricolo.

Ma la storia giudiziaria del giallo di Avetrana potrebbe essere scritta altrove: il gup del tribunale di Taranto, Pompeo Carriere, ha infatti accolto la richiesta della difesa, ha sospeso l’udienza e ha disposto il rinvio al 10 ottobre in attesa che la Cassazione decida sul trasferimento del processo. Che potrebbe quindi finire a Potenza.

L’udienza preliminare per l’omicidio di Sarah Scazzi è cominciata alle 10 al piano terra del palazzo di giustizia di Taranto. Fuori tanta gente, dentro tutti i difensori ma solo sei dei tredici imputati tra i quali figurano anche quattro avvocati accusati a vario titolo di favoreggiamento personale, intralcio alla giustizia, soppressione di atti veri e infedele patrocinio. Cosima e Sabrina sono state fatte entrare da una porta laterale e si sono sistemate sul lato destro dell’aula, oltre una vetrata; dall’altra parte c’era Michele Misseri, marito e padre delle due donne che condividono la stessa cella, l’agricoltore che in questi mesi ha alternato fiumi di bugie a frammenti di verità, il contadino che secondo la Procura avrebbe fatto sparire il corpo di Sarah gettandolo in un pozzo con la complicità di suo fratello Carmine e del nipote Cosimo Cosma.

«Zio Miché», scagionato dall’accusa di omicidio, ha tentato di incrociare lo sguardo di moglie e figlia ma c’è riuscito solo per un attimo, ha cercato di avvicinarsi ma è stato bloccato; poi più nulla, loro sono tornate in carcere e lui ha preso la strada di Avetrana ed è rientrato nella casa di via Deledda, la villa avvolta in una grande rete metallica scura sistemata per tenere lontani curiosi e cronisti. Al momento di uscire dal Tribunale l’agricoltore è stato insultato dalla folla. «Anche tu dovevi finire in un pozzo», ha urlato qualcuno. «Questo è un clima che non fa bene alla giustizia», dice Franco De Jaco, l’avvocato di Cosima.

Poco dopo le 11 era tutto finito. Nella richiesta presentata al gup di Taranto gli avvocati Coppi e Marseglia spiegano che «l’abnorme interesse mediatico non può essere considerato esclusivamente fenomeno di rilevanza sociologica o di costume», ma avrebbe contribuito a creare anche «un pesantissimo condizionamento ed inquinamento dell’attività inquirente e giurisdizionale»: i legali ritengono che il clima sia «talmente grave e radicato da non poter essere rimosso se non attraverso la rimessione del processo ad altra sede giudiziaria».

Ma non è tutto: i difensori fanno riferimento a «manifestazioni ed espressioni dell’opinione pubblica locale» e sostengono che sussista «aperta intolleranza nei confronti di Sabrina Misseri e Cosima Serrano». Adesso la parola spetta alla Cassazione.

Mentre la mamma di Sarah, Concetta Serrano, il marito e il fratello della vittima, hanno chiesto 33 milioni a titolo di risarcimento.