Un delitto senza onore ma con fede

Dalle tante dichiarazioni sulla spietata messa a morte di Hina Saalem - siano esse dei pm, o dei difensori, o di appartenenti alla comunità pachistana o d’altri - emerge un concetto dominante: bisogna capire il retroterra di religione, di tradizione, di costume che sta dietro l’assassinio di una ragazza per mano del padre. Ci verrà ripetuto fino alla noia che per un capofamiglia dispotico come Muhammad Saleem i comportamenti di Hina erano un affronto intollerabile, e che la legge del clan imponeva la condanna capitale. Già, bisogna capire. Queste parole, declamate dai tenori dell’avvocatura, risuonarono innumerevoli volte, in passato, nelle aule giudiziarie italiane quando si processava il colpevole d’un crimine passionale.
Infatti Lietta Tornabuoni s’è premurata, sulla Stampa di ieri, di ricordare l’Italia del «delitto d’onore»: per dedurne che l’Islam non c’entra con l’orrore della Val Trompia, e che in fin dei conti l’Italia di mezzo secolo fa - magari anche quella del presente - ha poco da criticare. Gli italiani - il toccante accenno è della stessa Tornabuoni - sono «capaci di ammazzare un bambino di pochi mesi a colpi di badile». Insomma - questo è il messaggio progressista - dobbiamo guardarci dall’associare lo scempio di Sarezzo ad una concezione dei rapporti familiari - con la donna servile - che nell’Islam ha il suo trionfo. E ancor più dobbiamo guardarci dal considerare quest’atroce episodio un segnale d’allarme sui rischi d’una strategia lassista dell’immigrazione. L’insistere su questi tasti è bieca strumentalizzazione. La fine di Hina implica persone singole, non una collettività o una religione. (Ma non dobbiamo proprio alla sinistra una interpretazione estensiva e omnicomprensiva della criminalità mafiosa?)
Intendiamoci: le comparazioni sono lecite, a patto che non si esageri. Il delitto d’onore - e la longanimità delle giurie nel punirlo - furono un aspetto molto negativo della mentalità italiana in generale, e meridionale in particolare. Ma la gran parte del Paese lo rifiutava, dal codice è stato cancellato, nessuna autorità lo avalla. Con il caso di Hina siamo di fronte a un qualcosa che con il delitto d’onore ha se si vuole alcune affinità, ma che investe altri e assai più drammatici problemi. Per alcuni aspetti Muhammad Saleem è paragonabile - non stupitevi, mi spiegherò subito - ai giovani che volevano realizzare devastanti attentati suicidi su aerei di linea delle rotte tra l’Inghilterra e gli Stati Uniti. Quei fanatici terroristi hanno passaporto inglese, dovrebbero essere stati permeati di cultura inglese, hanno conosciuto i valori e i vantaggi della democrazia. Niente da fare, una belluina furia primigenia, una predicazione invasata li hanno portati al culto dell’Apocalisse sanguinaria.
Muhammad Saleem che nel nostro Paese vive da anni, che ha addirittura chiesto la cittadinanza italiana e stava per ottenerla, che ha conseguito un discreto benessere economico, non è stato mosso d’un millimetro, nel profondo, dalla cecità barbara dei suoi pregiudizi. Non solo lui. C’è stato, nell’ambito familiare, chi l’ha aiutato, condividendone l’idea che Hina meritasse quella fine. E ho la certezza che tanti pachistani, all’estero e in patria, approvano nell’intimo la scelta di Muhammad Saleem. Riferiscono le cronache che altre ragazze pachistane sono state trucidate, in Svezia e in Gran Bretagna, per motivazioni analoghe a quelle del padre di Hina. Così viene confermato come questo tipo d’immigrati sia pericoloso soprattutto per la sua impermeabilità alle idee di tolleranza enunciate con stentorea enfasi proprio da coloro che di un’immigrazione massiccia sono apostoli.
Io non credo all’idea d’un monolito islamico che minaccia l’Occidente, perché il monolito non esiste e gli islamici spesso e volentieri si scannano tra loro. Ma credo che il fondamentalismo religioso - con le sue propaggini oscurantiste di inaudita ferocia - sia sì largamente diffuso in tutto l’Islam. Siamo invitati a capire. Ma sono soprattutto loro a dover capire, a dover rispettare le regole della convivenza civile, a dover ammettere che la donna non è un essere inferiore, che ciascuno ha diritto di professare il culto che più gli aggrada e che una ragazza maggiorenne ha il diritto di scegliersi per marito o compagno chi vuole. S’è molto polemizzato sull’uso del chador. Proprio perché privilegiamo la libertà, s’è ripetuto, dobbiamo concedere anche la libertà d’indossare un indumento che è nello stesso tempo una professione di fede. Ragionamento in apparenza senza una grinza. Senonché il chador simboleggia un modo d’intendere i rapporti umani che può sfociare nelle mamme kamikaze di Londra e nel padre assassino della Val Trompia. Non si tratta di politica e di schieramenti internazionali, si tratta di sapere se i valori dell’Occidente siano stati assimilati non solo con l’uso del telefonino ma con l’accettazione di principi generali che del resto sono scritti nella Carta dell’Onu.
Gli islamici si dedichino alla loro fede quanto e come vogliono. Ma se ci chiedono ospitalità devono almeno conoscere i nostri principi, e accettarli. Vorremmo ascoltare la voce d’una alta autorità religiosa islamica che dopo un’orrenda vicenda come quella di Hina non si limitasse a deprecazioni ovvie ma dicesse con voce alta e forte una cosa molto semplice: ogni donna musulmana può volere o non volere il chador; può unirsi all’uomo che le piace, di qualsiasi nazionalità e religione. E ogni padre può criticare le scelte della figlia ma non imporgliene altre con la violenza.