Il Delitto si consuma in scena «Dostoevskij sempre attuale»

Glauco Mauri al Carcano: «Il dramma ci fa scoprire le verità sepolte dentro di noi»

Viviana Persiani

«L’insensatezza del delitto di Raskolnikov è la stessa dell’uomo di oggi - basta guardarsi intorno». Glauco Mauri non ha dubbi sull’attualità di un’opera come Delitto e Castigo, in scena al teatro Carcano. Dostoevskij ci ha lasciato in eredità un romanzo che ben si adatta anche ai nostri tempi, «periodo nel quale - conferma il regista, adattatore ed interprete - si uccide con tale violenza. È importante però esaminare le prese di posizione della gente, uno strumento per comprendere meglio ciò che è insito nell’essere umano». Del resto, tutta la produzione dell’autore era incentrata su una sua particolare ricerca: «L’uomo è un mistero difficile da risolvere. Io voglio cercare di comprendere questo mistero perché voglio essere uomo».
Un’opera, dunque, che sembra non avere tempo?
«In effetti, Dostoevskij, sviluppando trame avvincenti nelle quali sono inseriti protagonisti come prostitute, ladri, malfattori, timidi “idioti”, cattura, ancora oggi, l’attenzione del pubblico; con uno ritmo brillante e una vivacità che sono evidenti, riesce ad affrontare i grandi problemi e interrogativi dell’uomo. Il dramma di Raskolnikov e l’inquietudine misteriosa di Porfiri (interpretato da Mauri ndr) ci fanno scoprire quelle verità che tutti abbiamo sepolte dentro di noi. E tutto questo in un emozionante susseguirsi di drammatici colpi di scena».
Come ha operato sul romanzo nel suo adattamento?
«Ho affrontato la versione teatrale partendo da una frase che Dostoevskij scrisse in una lettera per inquadrare questo suo racconto: Il resoconto psicologico di un delitto. Da questo nucleo ho cercato di raccontare la discesa negli sconosciuti abissi dell’uomo. Trasportare i capolavori dalla pagina scritta alla scena è sempre un’impresa».
E la sua operazione di regia?
«Non ho voluto ambientare il romanzo nella classica atmosfera di fine Ottocento; non ci sono verismo e naturalismo. Sulla scena prende forma un labirinto a rappresentare la via crucis del protagonista, interpretato da un eccellente Roberto Sturno».
In che senso?
«Il personaggio di Raskolnikov è alla ricerca del perché di questo suo delitto efferato ai danni di una usuraia e della sorella, ponendosi degli interrogativi attorno al potere di trasgressione dell’uomo. Con ritmo angosciante, affronta la metafisica dell’essere umano».
Qual è la filosofia del suo agire?
«Per lui esistono uomini comuni e non. Sono quelli che vanno al di là del vincolo legale, concedendosi la libertà di trasgredire, di non uniformarsi. Del resto, nel romanzo si afferma che Dio e il diavolo sono sempre in battaglia e il terreno dello scontro è il cuore dell’uomo».
Il pubblico come ha accolto lo spettacolo?
«Siamo prossimi alla centesima replica e devo dire che fino ad oggi abbiamo riscosso un notevole successo. E quando salgo sulla scena con questo spettacolo è come se giocassi con il pubblico ad una partita di ping pong con i sentimenti».
Cosa significa per lei fare teatro?
«Non voglio essere né patetico, né retorico; il teatro non deve essere solo un impegno estetico ma anche civile. Dalla scena lanciamo delle verità, degli interrogatici, delle inquietudini e la platea ci ricopre di applausi commossi per aver risvegliato dentro di sé domande e problematiche che sono comuni a molte persone».