Un delitto di Stato nella Sicilia in camicia rossa

In «Qualcuno ha ucciso il generale» di Matteo Collura la storia del «comandante dei picciotti» Giovanni Corrao

Fin dall’esordio (Associazione indigenti, 1979), Matteo Collura si prometteva narratore di vena saggistica. Più tardi, e ancora nel recente In Sicilia (2004), i suoi libri di taglio saggistico sarebbero apparsi sorretti e confortati da un genuino estro narrativo. Una coessenzialità di registri che non occulta i proprii ascendenti, da Manzoni a Pirandello a Sciascia: al quale ultimo Collura è apertamente devoto, come dimostra nell’intensa biografia dedicatagli e in un Alfabeto eretico dove, dell’autore del Giorno della civetta estrae una serie di vocaboli chiave (in ciò imitando lo Sciascia di Alfabeto pirandelliano). Sono maestri inclini a sviluppare il genere narrativo come un’inchiesta e che, se scelgono a materia di romanzo eventi archiviati nei solenni scaffali della Storia, è per meglio valutarli e, spesso, per seminare dubbi sull’ipocrisia delle versioni ufficiali.
Isola e continente - cioè contenitore - d’ineguagliata capienza, la Sicilia sollecita da sempre le ricognizioni di Collura, nato sessant’anni fa ad Agrigento ma salito presto a Milano a praticarvi con successo il giornalismo. Nella circostanza, il compito ch’egli si assume è la ricostruzione dell’esistenza di un eroe garibaldino, Giovanni Corrao (1822-1863), addirittura un «precursore dei Mille», come lo ricorda una lapide, non nella chiesa - che non volle accoglierlo - ma nel chiostro di San Domenico della sua città, Palermo, che lo aveva affettuosamente soprannominato «generale dei picciotti», a sintetizzare il fascino che egli esercitava sui più giovani.
Qualcuno ha ucciso il generale recita il titolo, di sentore márqueziano, del romanzo (Longanesi, pagg. 156, euro 13), dove di relativamente «romanzesco» c’è la scenografia delle palermitane catacombe dei Cappuccini: di là viene recuperato, ridotto ormai a mummia, il cadavere di Corrao. Un nipote ne riconosce i resti e si vota alla riabilitazione della memoria di quell’avo su cui è sceso un oblio iniquo. Ma sùbito al romanzesco sottentra la storia: Collura si muove bravamente nel triennio 1860-63, cuore cronologico della vicenda. Ne deriva un romanzo conciso quanto ricco, problematico, irto di nodi ma deciso nello svolgere la tesi che ad assassinare, nell’agosto del ’63, quell’eroe fedele a Garibaldi (e da Garibaldi quasi temuto per la sua intransigenza) sia stata la mafia, dietro sollecitazione dell’Autorità costituita, e non già altri, oscuri individui che a Corrao contendevano l’uso di taluni pozzi d’acqua scavati nelle campagne del protagonista.
Sospettato senza un motivo della morte dell’altro, e a lui fraterno, «precursore dei Mille», Rosolino Pilo; scampato al doloroso episodio dell’Aspromonte, Corrao nel 1863, con Garibaldi fuori gioco nel suo primo esilio di Caprera, era forse poco più che un immalinconito «ex». Ma i suoi discorsi tuttora da «capopopolo», le esortazioni a coronare l’incompiuta epopea garibaldina con la conquista di Roma - in Sicilia, terra del non più affidabile Crispi, si scoprivano frattanto consorzî ambigui tra Potere e malavita - non lasciavano tranquilli i responsabili della cosa pubblica. Di qui la decisione di eliminare lo scomodo personaggio: un «delitto di Stato».
Il solito paradigma, dovremmo dire, chiudendo il libro di Collura? Ma la sua dote non risiede solo nella passione della ricerca e nella promozione della tesi «revisionistica». Vi sono e s’impongono parecchie pagine letterariamente felici: penso alle scene corali (l’ouverture col fallito assalto delle masse all’Ucciardone; la sfilata delle truppe piemontesi, così diverse da quelle siciliane...), ai bruschi faccia a faccia (Corrao e Garibaldi, Corrao e Bixio, Corrao e Crispi...), a frammenti di alta risonanza emotiva, come l’incontro dell’eroe, in Aspromonte, coi pastori diretti al santuario della Madonna di Polsi, e poi il riparo che i frati concedono al garibaldino in fuga... Qui s’illustra la stoffa del narratore, di un narratore che non s’annoia e non annoia i lettori, sicuro com’è della forza del proprio argomento e del valore dell’inchiesta che ce lo attualizza e chiarisce.