Dell’Utri assolto a Palermo: non calunniò i pentiti

Marianna Bartoccelli

nostro inviato a Palermo

Appena il presidente del Tribunale cita l'articolo 530, che significa «assolto», i primi a restare esterrefatti sono gli avvocati del senatore Marcello Dell'Utri accusato dai tre pentiti più gettonati dalla procura di Palermo, di averli diffamati, avendo, in «combine» con due pentiti, Cosimo Cirfeta e Giuseppe Chiofalo», tentato di screditarli. I tre, Francesco Di Carlo, Giuseppe Guglielmini e Francesco Onorato, sono tra i principali collaboratori di giustizia che accusano Dell'Utri nel processo madre (dove in primo grado è stato condannato a 9 anni) di essere colluso con la mafia.
La sentenza del presidente Salvatore Vitale, giudici a latere Alfonsa Maria Ferraro e Lorenzo Jannelli, arriva dopo due giorni di camera di consiglio. Assenti Dell'Utri, che ha preferito aspettare la sentenza a casa sua a Milano, e i due pentiti da tempo ormai scomparsi dal processo. Chiofalo perché scelse il patteggiamento, Cirfeta invece, per «essere stato suicidato con una busta di plastica e un fornellino a gas» come afferma il suo legale Alfredo Biondi. «E c'è un processo aperto a Busto Arsizio per capire cosa è realmente successo».
E se su Cirfeta il tribunale dichiara di non doversi procedere perché «il reato si è estinto per morte del reo», su Dell'Utri non ci sono ombre di alcun tipo. Assoluzione dal reato di calunnia per non avere commesso il fatto, per mancanza di prove certe, e assoluzione perché il fatto non esiste relativamente all'accusa di avere convinto Cirfeta ad accusare i tre pentiti. Dei 7 anni chiesti dal pm Antonino Ingroia non rimane più nulla.
Una sentenza che avrà una serie di conseguenze, non solo in relazione al processo per mafia che il 28 ottobre riapre le sue udienza in appello, ma anche sul capitolo dei pentiti e della loro gestione soprattutto nei processi politici. Nel processo conclusosi con nove anni di condanna infatti ben due erano stati assegnati per «la condotta processuale dell'imputato, la sua volontà tenace a cercare falsi collaboratori di giustizia che cercassero di sminuire i pentiti storici». «Caduta ormai l'accusa - spiega l’avvocato Pietro Federico - va rivista la pena del primo processo e anche tutta la figura di Dell'Utri, che da questa sentenza viene riabilitata. Devo anche dire che Palermo oggi ha dato una lezione di giustizia». Le colpe spazzate via dalla sentenza di ieri avevano portato l'accusa infatti a definire Dell'Utri «una mente diabolica».
Dalla sentenza di ieri ne esce un Dell'Utri assolto e rimangono in piedi tutti i dubbi relativi alla gestione dei pentiti. «Questo processo- spiega l’avvocato difensore, un soddisfatto Giuseppe Di Peri- ha fatto luce sul mondo dei collaboratori, che spesso, anche se testi nello stesso processo, vivono nella stessa cella o nello stesso carcere, socializzando da mattina a sera. Nessuno se ne è mai stupito, ma è una situazione che ha danneggiato l’istituto dei collaboratori».
Il procuratore capo di Palermo Francesco Messineo, attende le motivazione per decidere se ricorrere in appello. Chi invece intende andare alla verifica, sono i legali di Cirfeta, Alfredo Biondi e Michele Pivetti: «Il nostro cliente è stato un buon pentito per far dare ben 70 ergastoli alla Sacra Corona Unita, e in questo processo è stato accusato di tutte le nefandezze. Sulla sua morte c'è molta ambiguità- spiega Pivetti-. Gli era stato impedito di usare il gas e nessuno si è accorto che con un sacchetto in testa e un fornellino del gas si dava la morte in cella».