Dell’Utri: «L’ex magistrato perde il pelo ma non il vizio Attaccarmi gli porta male»

Il senatore di Forza Italia: «Già nel ’94 diffuse la notizia che ero indagato ma si dovette dimettere dalla presidenza dell’Antimafia»

Stefano Zurlo

da Milano

Senatore Dell’Utri, ha letto le parole di Luciano Violante?
«Violante usa metodi mafiosi».
Violante dice che c’è, anzi c’era un giro di mafia vicino al premier.
«Il lupo perde il pelo ma non il vizio. Violante inventa: è l’uso politico della giustizia. Ma attenzione, parlare male di me gli porta male: già nel ’94 diffuse la notizia che ero indagato e si dovette dimettere a precipizio da presidente della Commissione antimafia. Ma se vuole farsi male, continui pure».
Gira e rigira, viene sempre evocato Vittorio Mangano, il famoso stalliere di Arcore.
«Per me era una brava persona».
Come lo conobbe?
Marcello Dell’Utri è a Reggio Calabria. Ha partecipato a un convegno. E ha ironizzato sulle intercettazioni: «Una comica. Metà paese intercetta l’altra metà». La polemica con Violante lo spinge però indietro, agli anni Settanta, quelli passati alla moviola da decine di libri e saggi alla ricerca del «peccato originale»: «Incontrai Mangano sul campo del Bacigalupo, la squadra di Palermo che avevo fondato a 16 anni e di cui ero direttore sportivo».
Ma lui che c’entrava?
«Era un tifoso. Uno dei tanti».
Da tifoso a stalliere?
«Aspetti. Venni a Milano. Nel 1974 Silvio Berlusconi, che aveva appena comprato la villa di Arcore, aveva bisogno di uno stalliere».
E lei da bravo segretario selezionò proprio Mangano?
«Silvio aveva visto molte persone. Poi si fece avanti Mangano. Era perfetto per quel ruolo».
Perché?
«Perché allevava cani ed era esperto di cavalli».
Cavalli cavalli?
«Cavalli cavalli. Per me era una brava persona ».
Sicuro?
«Si comportò benissimo».
Veramente finì male.
«La notte di Sant’Ambrogio all’uscita della villa un gruppo di malviventi tentò di sequestrare Luigi d’Angerio principe di Sant’Agata. Ci furono indagini a tappeto, Mangano fu sospettato di essere il basista e fu arrestato perché si scoprì che aveva una condanna per assegni a vuoto».
Lei non ne sapeva nulla?
«No, nel modo più assoluto».
Tempo dopo Mangano le telefonò: se lo ricorda?
«Come no. Quella telefonata è oggetto di interpretazioni da trent’anni».
Parlavate di un cavallo ma gli investigatori sospettavano che l’oggetto della conversazione fosse una partita di droga.
«Ma va’, sto a ripetere da trent’anni la stessa storia, già archiviata a suo tempo dai giudici di Milano. Mangano aveva lasciato da noi un cavallo focoso, Epoca, e voleva vendercelo. Gli spiegai che Silvio non lo voleva, poteva essere pericoloso per i figli. In siciliano gli dissi:"Berlusconi non è un santo che suda". Insomma, gli feci capire che era meglio lasciar perdere. La successiva indagine finì nel nulla».
Però le inchieste archiviate a Milano sono ricominciate in Sicilia.
«Sì, nel 1994. Entriamo nel tredicesimo anno. Mi hanno contestato di tutto: il riciclaggio, il traffico di armi, incontri con non so quanti e boss e perfino le stragi di Falcone e Borsellino per destabilizzare il Paese e portare Berlusconi al governo».
L’hanno anche condannata a 9 anni.
«In primo grado. E per concorso esterno. Che devo fare? Sono un poveraccio che aspetta giustizia. Spero nell’appello che inizierà fra qualche mese. E poi nella Cassazione».
Ha letto le motivazioni della sentenza di condanna?
Non perdo nemmeno un minuto. Se le leggano gli avvocati».
Come riassumerebbe dodici e passa anni di processi?
«Con la parola guazzabuglio. Un caos di contestazioni che cambiano, migrano da un processo all’altro, spariscono, ritornano. Nell’ultima formulazione Berlusconi diventa una specie di vittima di Marcello Dell’Utri, emissario dei clan».
Sabato scorso è morto in cella Cosimo Cirfeta, sotto processo a Palermo insieme a lei per calunnia ai danni di alcuni pentiti. Aveva inalato gas. È stato un incidente?
«Per me l’hanno ucciso».
Chi?
«Aveva annunciato via fax importanti rivelazioni in aula. Non ha fatto in tempo a farle».