La Dellera: «Sono passionale come Virginia»

La bellissima attrice parla di «La Contessa di Castiglione» in onda stasera: «Mi riconosco in lei, tutt’altro che calcolatrice»

Cinzia Romani

da Roma

Cara Francesca Dellera, ritorna il classico? Stasera, su Raiuno, nelle crinoline ottocentesche della Contessa di Castiglione, dopo la prima puntata di ieri, ci sarà ancora lei, donna d’altri tempi...
«Mancavo dal piccolo schermo dal 2001, l’anno di Nanà, altro personaggio dell’Ottocento. Ma ora la gente ha bisogno di vedere cose ben fatte. Agli italiani non si può propinare solo il trash!».
Guarda la tivù nel salotto della sua casa romana, ai Parioli, o in quella parigina, a Saint Germain, dove vive?
«A Parigi. A Roma vedo dvd. La tivù francese è meno commerciale e meno provinciale di quella italiana. Perlopiù seguo Art’è, il canale culturale, con molti film d’autore».
Com’è il personaggio della nobildonna Virginia Oldoini, usata da Cavour come arma politica? Le somiglia?
«Sicuramente per il lato disinteressato del carattere: morì povera, nella sua casa parigina di Place Vendôme e non capitalizzò le conoscenze altolocate. Anch’io sono passionale, tutt’altro che calcolatrice. Non mi sottometto agli uomini: mi sono ritrovata nell’indipendenza del personaggio».
In che senso fu indipendente, «la donna più bella del mondo», come la definì una vittima del suo fascino, Vittorio Emanuele II?
«Quando il marito la lasciò, dopo tutti quei tradimenti, lei se ne tornò in Francia, dall’Italia. Sola, nel 1870, e sempre meno seducente, dovette tirar fuori la sua grinta».
A proposito di grinta: qui recita con quel mostro sacro di Jeanne Moreau, settantotto anni di carattere. Che cosa le ha insegnato?
«Che il tango si balla in due. Mi ha detto così, quando, al termine d’una scena difficile, in cui dovevo piangere, l’ho ringraziata per avermi commosso veramente, con la sua recitazione drammatica e sincera. Di solito, si usano lacrime di glicerina. Ma lei è generosa e m’ha aiutato, creando un feeling sul set. Era materna e protettiva: una donna speciale. E nobile d’animo, visto come ha risposto ai miei ringraziamenti. Tale e quale a Gina Lollobrigida!»
C’è un tono ironico, in quest’accostamento, o sbaglio?
«Io detesto la Lollo. Quando fu mia partner ne La romana, dal racconto di Moravia, soffriva talmente tanto il confronto con una più giovane, che nella scena in cui doveva picchiarmi, lo fece sul serio, menando botte su botte! Il regista, Patroni Griffi, dovette intervenire, pregandola di smettere. Lei reagì, dicendo che usava “il metodo-verità”. La Lollo è una donna cattiva e manesca».
Dove avete girato La Contessa di Castiglione?
«In Francia e a Racconigi, vicino a Cuneo, in un castello sabaudo. La regista, Josée Dayan, ha dovuto chiedere una marea di permessi. Girare in costume è più faticoso che in jeans. Ma appaga lo sguardo. All’epoca la femminilità era più valorizzata, le donne si vestivano con più grazia».
Trova le donne d’oggi poco femminili?
«Sono piuttosto maschili, soprattutto mentalmente. Una donna femminile è morbida, anche nel modo di porgersi. Non è aggressiva e determinata. Io non diventerò mai una carrierista: non mi appartiene».
È per questo che è rimasta assente dagli schermi, per un certo tempo?
«Prima d’essere attrice, sono donna e questo condiziona, certo, il mio lavoro. Ho avuto problemi di natura privata».
Ha cominciato con Marco Ferreri, girando La carne nel 1991. È seguito Jacques Deray, con L’orso di peluche, accanto a Delon. Tornerebbe al cinema d’autore?
«Magari. Amerei essere diretta da Inarritu, il regista di Babel e di 21 grammi. Oppure da Mike Figgis, di cui adoro Via da Las Vegas».
Gusti da cinefila. E tra i registi italiani, chi la attrae?
«Trovo interessante Matteo Garrone: L’imbalsamatore mi colpì molto. Ma anche Crialese e Sorrentino mi piacciono».
Che cosa pensa del cinema italiano contemporaneo?
«Deve tornare ad essere anarchico. Come ai tempi di Ferreri, che non ebbe padroni e fu libero di sperimentare».