Delogu, un’anima in cerca di libertà dietro l’obiettivo

A Villa Medici una personale racconta vent’anni di carriera del fotografo romano

La testa di una statua romana. I volti di uomini e donne, fermi nella cristallizzazione del momento - esistenziale - o interpreti del continuo movimento dei migranti. Guidano in un progressivo processo di educazione all’arte di vedere - e di apertura all’altro - le foto di Marco Delogu, riunite nella mostra Noir et blanc, fino al 30 novembre a Villa Medici. Una successione di scatti che racconta oltre venti anni di carriera e ispirazione dell’artista, alternando lavori noti a inediti, nel tentativo di svelare l’anima che si nasconde dietro l’obiettivo. O perlomeno le sue visuali e visioni, tra statue di musei e volti di carcerati, malati, compositori, alti prelati, gente comune. E migranti, ma sarebbe meglio dire «zingari», per la scelta del fotografo di illustrarne realtà e letteratura, in un mix di poetiche suggestioni. Senza dimenticare studi sui cavalli, qui esposti per la prima volta in scala uno a uno, ideale pendant dei ritratti di fantini del Palio di Siena. «Ogni scatto - spiega Delogu - è legato alla mia storia personale. Non lavoro su commissione. Così ho fotografato le statue degli imperatori romani perché chi nasce nella Capitale, come me, vive in mezzo a quelle facce. Ho raccontato la gente di Londra perché ci ho vissuto, i cardinali perché ho un parente nella chiesa e così via. Ho descritto storie di comunità, ritraendo persone che avessero esperienze comuni. Poi mi sono stancato». Dalla «stanchezza» per un orizzonte eccessivamente affollato di facce e, quindi, di vite, Delogu passa al racconto della natura, protagonista dei suoi ultimi lavori. Anche stavolta, la liberazione è graduale. L’orizzonte, un non-paesaggio fitto di alberi, si fa gabbia a imprigionare la fantasia dell’uomo. E, in questo caso, il suo obiettivo. La scelta del bianco e nero accentua la sensazione claustrofobica in un gioco di contrasti tra grigi più o meno cupi, che sembrano «umidi», bagnati della disperazione di chi non trova via d’uscita. La capacità di vedere, educata nella prima parte del percorso espositivo, raggiunge, però, la liberazione, semplicemente osservando. Così nei successivi scatti, dall’orizzonte si passa al dettaglio, dal «finito» di un bosco all’infinito spazio tra fili d’erba. E lo scatto vira alla pace del bianco assoluto. «Cercavo libertà - conclude Delogu -. Mi dispiace averla scoperta tardi ma sono paziente. Non metto fretta all’ispirazione. Ho sempre saputo aspettare. È quello che sto facendo adesso. Ho ritratto il nulla. Non so su quale soggetto lavorerò dopo. Aspetto di scoprirlo. C’è tempo».