«Delusi dal leader», in Emilia tira aria di diserzione

Gli iscritti disorientati dalla svolta danno forfeit alle riunioni di partito

Stefano Filippi

Brutta bestia la delusione, ti inchioda ai rimorsi togliendoti le forze. «La cosa che mi dispiace di più in queste settimane è ricevere le telefonate arrabbiate degli amici che avevo convinto a votare Udc. Mi hai fatto sbagliare, protestano. E io ogni volta sto male. Dolore fisico. La gente non sceglie secondo gli spot in tv, ma per le facce che ha di fronte. Io la mia faccia ce l'ho messa per 45 anni, prima Dc poi Udc. Adesso però ho fatto il mio tempo, voglio mantenere un po' di serenità personale e non sentirmi troppo colpevole. Alla fine mi telefonerà anche Pier Ferdinando, siamo amici fraterni, e mi dirà: ma come, anche tu... Sì, anch'io non capisco le sue ultime giravolte».
La chiamata di Casini, se ci sarà, arriverà tra qualche giorno, quando il leader Udc tornerà dal sole delle Canarie (Las Palmas) dove presiede il Comitato esecutivo dell'Internazionale democristiana. Non sentirà cose piacevoli da Giuseppe Gamberini, 64 anni, attivista da quando ne aveva 19, per 18 consigliere comunale di Imola, amico della prima ora dell'ex presidente della Camera, direttore didattico «sbattuto a lavorare a 220 chilometri da casa soltanto perché votavo dalla parte sbagliata». E c'è rimasto, dalla parte sbagliata. «Casini non lo capisco, né cosa dice né cosa fa. Non trovo una ragione logica alle sue mosse, se non offrire alla Margherita e ai Ds un'alternativa centrista alla sinistra estrema. Cioè sostituire Rifondazione e Comunisti italiani in un eventuale nuovo governo. È l'unico sbocco logico, anche se non ancora codificato».
Casini è di Bologna, però proprio dalla sua Emilia Romagna si alzano proteste vivaci. La base dei militanti è in fermento, molti cominciano a disertare riunioni e appuntamenti prenatalizi, i quadri del partito si sgolano invano a cercare di spiegare la nuova tattica del «Pierferdi». Gamberini ci ha rinunciato: «Dagli amici raccolgo soltanto autentica costernazione. Qui da noi lo strapotere della sinistra permea l'aria, chi voleva appoggiarsi a loro l'ha già fatto ed è stato ben compensato. Se volessimo, qualche strapuntino si troverebbe anche per noi. Invece la nostra politica dev'essere molto semplice: una netta, totale, inequivocabile alternativa alla sinistra. Nient'altro».
Alecs Bianchi, consigliere comunale di Bologna e tarlo instancabile della giunta Cofferati, non ha dubbi che l'Udc resterà dove si trova ora. «Ho piena fiducia nell'operato di Casini, lui ragiona sul lungo termine e non su immediati obiettivi elettorali, vuole costruire pilastri solidi per il futuro del centrodestra. Berlusconi è un grande leader ma non può esserlo in eterno ed è giusto cominciare a pensare verso prospettive più lunghe». Ma la svolta di Casini avrà conseguenze pratiche? L'opposizione si dividerà anche nelle amministrazioni locali, o manderà a casa i propri sindaci? «No, questo non esiste. Ci fosse ancora Guazzaloca, dovremmo forse fargli la fronda? O ipotizzare un appoggio a Cofferati? Impensabile. Questa è una partita che si gioca all'interno della vecchia Casa delle libertà. La telefonata di Berlusconi l'altra sera a “Ballarò”, quando ha spiegato il vero significato del vitello grasso, è un segnale importante che Casini ha colto. La situazione si chiarirà nel giro di qualche mese».
Meno fiducioso è Mario Poli, capogruppo dell'Udc nel consiglio comunale di Reggio Emilia. Sabato era a Roma, non a Palermo con i suoi compagni di partito. Non coltiva progetti frondisti, ma non nasconde le critiche ai vertici. «Continuo a ricevere telefonate di persone disorientate. Mentre gli attivisti e i quadri del partito cercano di capire la nuova strategia, la base non sa cosa pensare. E anch'io sono confuso. Nessuno ha compreso la necessità di due manifestazioni contemporanee. Certo, il sogno di un raggruppamento centrista che scomponga i due poli ha ancora un certo fascino presso noi vecchi democristiani. Ma è una strada percorribile? Secondo me le probabilità di successo sono minime. Bisognerebbe che anche i partiti a noi vicini fossero favorevoli a questo rimescolamento, ma mi pare che né la Margherita né Mastella apprezzino molto».
Poli è stato capo della Cisl reggiana per quasi dieci anni, da ex sindacalista conosce la piazza e ne difende ancora il valore: «Tutti i grandi avvenimenti storici sono passati attraverso mobilitazioni di popolo, e il corteo di Roma ha dimostrato che il centrodestra è un popolo. Non condivido il giudizio negativo su queste manifestazioni. A Palermo ci si poteva radunare un altro giorno, senza sottolineare la presa di distanza in questo modo esagerato. In fondo, quella di Roma era una protesta contro Prodi e la Finanziaria. Non vedo perché non dovevo prendervi parte».
(2. Continua)