La delusione di Lucio Dalla: «Hanno ucciso un sogno»

«Gli studenti inseguono un luogo comune. Qui ora c’è solo grigiore»

«Bologna non era così, non era come Milano o come Napoli». Quando lo dice, Lucio Dalla ci pensa su, scandisce le parole, si capisce che gli dispiace. Sta preparando i concerti (da venerdì al Sistina di Roma e dal 25 al 27 allo Smeraldo di Milano) e quando ne parla si esalta confermando che è «il più bel tour della mia vita». Però Bologna. Lui vive tra via D’Azeglio e piazza Maggiore, in pieno centro, e si accorge che ormai là «è successo ciò che è già successo nelle altre città». La fine di un mito. «All’apparenza è un posto piacevole, è una delle poche civitas medievali, ma in realtà è diventata borderline».
Addirittura «borderline», caro Lucio Dalla?
«Noi non ce ne rendiamo conto, ma siamo al centro di una grande mutazione. Stare a Bologna oggi è molto più difficile rispetto a vent’anni fa. È anche peggiorato il rapporto con gli studenti, che è un aspetto molto grave per una città come la mia, dove ci sono quattrocentomila abitanti più centomila studenti. I ragazzi vengono qui per trovare la città progressista che gli raccontano i genitori, ma inseguono solo un luogo comune».
Ma come, Bologna era il sogno di tutti gli universitari.
«È cambiato il mondo, 25 o 30 anni fa era la città più notturna di tutte, con i club, il jazz, i concerti. Ora anche i ristoranti chiudono presto. Non è più la città di una volta».
Una volta era il centro della musica e del cinema.
«C’era Bertolucci, c’era Antonioni, c’erano tanti artisti che ronzavano nei dintorni. E i bolognesi mostravano il loro istinto creativo, suonavano, creavano arte e lo facevano continuamente».
Il suo nuovo (bel) cd si intitola Il contrario di me. Anche Bologna rischia di diventare il contrario di quello che era.
«Si vede un bel grigiore. E si nota di più perché prima non c’era. Ormai non ci discostiamo più da altre città».
Anche l’immigrazione cresce.
«Vuol dire che ci sono diversi tipi di società che si confrontano. Certo, il confronto dovrebbe essere senza violenza. E per capire questa situazione ci vorrebbero più sociologi veri, non solo quelli presunti che spesso pontificano».
Forse ci vorrebbero anche più controlli.
«A Bologna ci sono state le autonomie, c’è stato il vento forte del ’68 e tutte queste componenti hanno reso più faticoso che si creasse una cultura sociale del controllo. Allora si diceva che fossero cose antidemocratiche o repressive. Magari era giusto contestarle, ma era anche giusto che ci fossero».
Però la pressione sociale lo ha impedito.
«E così abbiamo perso tanto tempo, che non abbiamo ancora recuperato. Ora capisco che ci sono situazioni che vanno ordinate, non si può sempre vivere in un cassetto sottosopra».
Più polizia?
«Della polizia non si può fare a meno. Ci vuole più controllo e bisogna amare chi ci controlla».
E il sindaco?
«Non vorrei essere nei suoi panni. Ma mi sembra che Cofferati stia lavorando bene, cerca di essere il sindaco anche dei bolognesi di destra, non solo di quelli di sinistra».