La delusione di Walter

La sconfitta di Walter Veltroni capita a fagiolo. Libero da impegni, può ora realizzare il proposito enunciato in tv da Fabio Fazio nel 2006: «Terminato il mandato di sindaco lascerò la politica e mi ritirerò in Africa». Fazio rimase incredulo e Walter replicò: «Non ci credete? Ne riparleremo allora».
Riparliamone. Tra breve, con la proclamazione del successore, scenderà il sipario definitivo sulla giunta Veltroni. L'esatta condizione che Walter aveva posta per la sua africanizzazione. Se vuole, può onorare la parola data.
Gli conviene per due ragioni. Una, è che alle sue spalle si allunga l'ombra di D'Alema che ha avuto in Campania un successo personale. Se parte per il Burundi, evita lo scontro al loft. L'altra, è che mantenendo l'esotica promessa si riscatta in parte dalle ipocrisie di una vita. Farne l'elenco supera le forze di un uomo solo.
Limitiamoci alle bugiole che ha detto imbarcandosi nell'avventura del Pd e in quella elettorale. L'ultima non l'ha ancora detta, ma la dirà: «Ho perso, ma anche vinto». La prima è del giugno 2007 quando, per fare il capo partito, voltò le spalle al Campidoglio. Ai romani che abbandonava disse: «Il Tevere è pulito», attribuendosene il merito. Neanche una menzogna, ma un'autentica barzelletta. I cittadini però, euforici per l'uscita di scena, neanche ci badarono.
La campagna elettorale di Walter si è fondata su tre pilastri: una balla di fondo, un'ipocrisia ripetuta, un infantilismo.
La bugia è quella di avere presentato se stesso e il Pd come inediti. Per ciò che riguarda lui, è in politica da 33 anni. Ha camminato nel solco del Pci-Ds senza originalità. Negli anni '70, è stato intriso di antioccidentalismo come tutti i comunisti. Negli anni '80 fu, come d'obbligo, anticraxiano. Negli anni successivi, disciplinatamente antiberlusconiano. È stato ministro, vicepresidente del consiglio del Prodi I, segretario Pds dal '98 al 2001. Ha, dunque, un curriculum da cariatide, ma si è spacciato per vergine. Idem per il partito. Il Pd è la riedizione a un dì presso dell'Ulivo. È il caravanserraglio al completo degli ex comunisti, dei cattocomunismi, del governo Prodi: D'Alema e Violante, Rosy Bindi e Franceschini, Visco e Di Pietro. Sul nuovo di questa lista e su quante speranze potesse suscitare, hanno eloquentemente deciso gli elettori.
Secondo punto: l'ipocrisia ripetuta. Il candidato Walter ha vestito per due mesi la veste dell'agnello. «Basta con gli odi e le contrapposizioni che hanno penalizzato il Paese da quindici anni», ha detto in tutti i comizi e nelle comparsate tv. Ma, pronunciata la frase di rito, ha accusato il Cav e il Pdl di ogni scelleratezza. Nell'ordine: di intelligenza con mafia, mancanza di senso delle istituzioni, dei guasti prodotti al Paese nel «quinquennio». In cui il «quinquennio» - usato col tono di chi evoca il Ventennio mussoliniano - era quello del governo Berlusconi, 2001-2006. Al Cav personalmente ha riservato la citazione: «Cerca la rissa come i bulli a scuola». Mentre faceva, per così dire, il buono, lasciava ai giornali fiancheggiatori, Unità, Repubblica, Corsera e Stampa, il compito di urlare quello che lui lasciava subdolamente trasparire.
Il terzo caposaldo della campagna veltroniana è stata l'ideuzza infantile di non pronunciare mai il nome di Berlusconi. Al suo posto, ha sempre detto «il principale esponente dello schieramento a noi avverso». Come se il Cav, per restituire la pariglia, avesse chiamato Walter «il diplomato cineoperatore che ci contende la leadership», alludendo al prestigioso titolo di studi del somarello che tanti grattacapi dette alla famiglia ai tempi della scuola. Sul perché abbia usato una metafora anziché il nome, resta un mistero. Si suppone che abbia voluto fare il paravento. Ma l'ostinatezza nella balordaggine ha messo a nudo la sua decisa povertà di spirito.
La strategia fiele-miele, non ha pagato. I moderati, captati i toni fasulli, non lo hanno votato. Alla sinistra dura sono cadute le braccia ed è rimasta a casa.
Stufo dei suoi stessi toni melensi, il diplomato cineoperatore ha cercato in due occasioni di additare il Cav al pubblico ludibrio. La prima, quando Bossi ha usato per l'ennesima volta la frusta iperbole di imbracciare i fucili. Fingendosi allarmato, il cineasta ha preso carta e penna e proposto al Cav di stringere un patto per la difesa dell'unità nazionale, il rifiuto della violenza, ecc. Una manovra astuta di vecchia scuola togliattiana. Da perfetto finto buono, Veltroni si prefiggeva due obiettivi. Da un lato, mostrare la paternalistica superiorità della sinistra che s'impanca in difesa dei sacri principi. Dall'altro, additare al mondo l'inclinazione della destra a calpestarli. È come se, pregiudizio per pregiudizio, Berlusconi avesse chiesto a Veltroni di sottoscrivere un accordo per svuotare gli arsenali della Gladio rossa e l'impegno a non consegnare l'economia alle coop di Reggio Emilia. Dimostrando però più buon senso dell'Infantile, il Cav ha mandato al diavolo il provocatore e la cosa è finita lì.
L'altra trappola in cui Walter ha cercato di fare cadere «il principale avversario» è stata la polemica che ha imbastito sul Quirinale. Berlusconi aveva osservato che se avesse vinto lui, due delle tre massime poltrone dovevano essere appannaggio del Pdl. Non poteva perciò promettere la presidenza del Senato agli sconfitti che già occupavano con Napolitano la più importante della triade. Salvo che, aggiunse - incapace di tenersi un cece in corpo - il capo dello Stato non rinunci alla sua. Era, ha poi spiegato il Cav, un'ipotesi di scuola. Infelice, aggiungiamo noi, perché certe ipotesi riferite a un signore di quasi 83 anni possono provocare comprensibili sbalzi di pressione nel malcapitato.
Su questo, apriti cielo. L'Infantile, inalberando il consueto viso da chierico triste, con un sovrappiù di corruccio, ha tuonato: «Si è avuto l'ardire di dire che il presidente della Repubblica deve dare le dimissioni. Questa è la concezione delle istituzioni del principale esponente, ecc.». Insomma, si è erto a portalabaro della sacralità del Colle e della sinistra rispettosa della Costituzione.
L'Infantile ha perso un'occasione di tacere e ricordare. Quando nel '78 era già un promettente adepto del Pci, il suo capo, l'onesto Enrico Berlinguer, promosse una tetra campagna contro l'allora inquilino del Quirinale, il dc Giovanni Leone. Imputato dal Pci di pubblici illeciti e sommerso di pettegolezzi privati dalla stampa amica, Leone fu ridotto un pedalino e dovette dimettersi. Ma era totalmente incolpevole. Fu imbrattato per sole ragioni politiche, con buona pace del senso delle istituzioni su cui discetta oggi Walter, smemorato erede di quel mondo.
Veltroni è scordarello perché all'epoca era in altre faccende affaccendato. In eskimo e capelloni, si batteva per dare a noi tutti uno sbocco diverso da quello banalmente occidentale. Concionava sull'«asservimento della Dc e dell'Italia al soldo degli americani» e riscriveva la storia con l'originalità di massa del figiciotto occhialuto: «La Dc deve condannare se stessa per l'espulsione dei comunisti dal governo dopo la guerra, per avere venduto il Paese agli americani e per avere giocato la carta della legge truffa». È il Walter versione anni '70. Lo stesso che negli anni '90 ha avuto l'ardire - qui il verbo ci sta una bellezza - di tre affermazioni: «Non sono mai stato comunista», «si poteva stare nel Pci, senza essere comunisti», «ero un ragazzo, ma consideravo Breznev un avversario».
Il leitmotiv della campagna elettorale di Veltroni è stato: «Cambiamo pagina». Come se la pagina da voltare non fosse quella scritta da lui, dal Pd e dal suo presidente, Romano Prodi. Per dare, un fondamento allo slogan, Walter si è mimetizzato in vesti altrui. Dal Cav ha copiato il programma economico annunciando tagli di tasse, sconti sull'Ici, sburocratizzazioni. Ha accusato il Cav di essere un novello Achille Lauro, cioè un inveterato promettitore, facendo però lui stesso promesse che più laurine non si può. Per tre giorni, ha sbandierato una fantomatica assicurazione gratis a venti milioni di casalinghe. Poi, non ne ha più parlato. Successivamente, su Tuttosport, ha fatto trapelare l'intenzione di donare un buono spesa di 600 euro a tre milioni di famiglie. Le più numerose, le meno abbienti, tirate a sorte? Boh. Ma anche questa uscita, non ha avuto seguito. Insomma, l'impalpabilità più completa.
Ha invece ostinatamente taciuto l'essenziale: il nome dell'uomo che avrebbe dovuto ribaltare la linea Visco-Padoa Schioppa. Era il dato chiave, poiché non risulta l'esistenza nel Pd di un solo economista di formazione liberista. E se non hai quell'impronta, le tasse non le tagli.
Walter ha preso fattezze indigene dovunque abbia fatto capolino. A Vicenza si è sentito imprenditore, in Emilia tuta blu, a Trieste viveva suo nonno, a Milano andava col padre, nelle librerie di sinistra era Zapatero, con i moderati Sarkozy, negli oratori Don Milani. Ha candidato l'operaio della Thyssen e gli industriali, Calearo e Colaninno jr, chiosando: «Stanno benissimo insieme. L'Italia non deve essere divisa. Basta con gli odi». Giusto: meglio tardi che mai.
Ora, il mulinello di chiacchiere si è posato a terra. Il giocoliere è nudo. L'avventura è finita.
Giancarlo Perna