Delvecchio, brutto ma buono Una dedica che vale più del gol

(...) che Bellucci si riprenda presto e che Bonazzoli e Fornaroli siano dei fenomeni e segnino valanghe di gol. Circostanza, quest’ultima, su cui mi riservo di continuare ad avere qualche dubbio e anche più di qualche.
Fa male vedere una squadra che gioca bene come quella di sabato sera senza il Montella della situazione (ho scritto Montella non a caso) e fa male leggere giornali che un giorno scrivono di Pato alla Samp e il giorno dopo scrivono di Sheva alla Samp e il giorno dopo scrivono di Crespo alla Samp e il giorno dopo scrivono di Suazo alla Samp e il giorno dopo scrivono di Adriano alla Samp e il giorno dopo scrivono di Pazzini alla Samp. Noi crediamo che serva rispetto per i tifosi, per i lettori e per la verità, anche a costo di avere un titolone in meno. Poi, ognuno, si fa un’opinione. Poi, ognuno, decide cosa leggere. Ci sono giornali e giornalisti che hanno scritto che Mazzarri non sarebbe mai arrivato a Genova, che hanno scritto che Mazzarri se ne sarebbe andato da Genova e che descrivevano Novellino come il miglior tecnico d’Italia. Detto tutto, sia dal punto di vista dei gusti calcistici, sia dal punto di vista del fiuto per la notizia. Ben scavato, vecchie talpe.
Intendiamoci, nel calcio si può sbagliare. È capitato anche a me, quando ho accomunato un dirigente come Beppe Marotta proprio a Novellino. Il primo è un fuoriclasse, il secondo no. Però, credo che l’onestà intellettuale imponga di dire quando si sbaglia. Io, in quel giudizio su Marotta, ho sbagliato e me ne scuso con Marotta e con i lettori. A Genova c’è gente che non ne becca una e che non si scusa mai. Ma una lettura dei loro articoli messi uno in fila all’altro è più esilarante dell’intera stagione di Zelig.
Dette tutte queste cose, c’è un però. E il «però» è che - nonostante il grandissimo rimorso per quel che avrebbe potuto essere questa Sampdoria e che rischia di non essere - dalle difficoltà per la mancanza di attaccanti, è nata comunque una buona notizia: un uomo chiamato Delvecchio. Ora, sarebbe folle dire che Gennaro è un fuoriclasse dotato di tecnica sopraffina e che si va allo stadio solo per il piacere di vedere il suo raffinatissimo tocco di palla e il suo invidiabile ordine tattico. E credo che lui, che è una persona intelligente e un ragazzo che fa spogliatoio, sia il primo a saperlo e a rendersene conto.
Del resto, se mi avessero raccontato che un giorno avrei scritto un elogio di Delvecchio, mai ci avrei creduto. Anche se, devo dire che il fatto che Novellino non l’avesse trattenuto a Genova il primo anno, lasciandolo partire prima ancora che iniziasse il campionato, testimoniava tatticamente a suo favore. Poi, Gennaro quell’anno si è vendicato con una grande prestazione con la maglia del Lecce, nell’ultima di campionato a Marassi.
Ora, Delvecchio - che dovrebbe partire tutti gli anni e che resta sempre - è una delle colonne del Doria. Nonostante la sua indisciplina tattica, nonostante il suo essere a tratti inguardabile, nonostante piedi che non sono morbidissimi. Eppure, Gennaro ci mette il cuore: i terribili balletti con cui festeggia dopo i gol sono la sua cifra stilistica, la prova danzante del suo «sangue nelle vene».
Quelle vene portano al cuore. Sabato sera, dopo il gol - tutto suo - con cui Gennaro ha coronato la splendida prestazione del Doria contro l’Inter, il numero 40 blucerchiato ha firmato le parole più belle di una serata magica: «Approfitto del gol che ho fatto per dedicarlo a Gionata Mingozzi, un ragazzo che ha giocato con noi nella Sampdoria e che è morto recentemente in un incidente stradale».
Gionata era arrivato a Genova insieme a Gennaro, dopo il fallimento del Perugia. Nel cuore resta un grande primo tempo in Coppa Italia contro il Cagliari. Poi, quasi, non vide più il campo. Dimenticato da molti. Non da Gennaro, uomo con il sangue nelle vene.