FRA DEMAGOGIA E NUOVE IDEE

Tendenzialmente, Beppe Grillo non mi sta particolarmente simpatico. Soprattutto quando tralascia l’ironia e si dà ai toni messianici, rischiando di essere colto in contraddizione, come spesso accade ai predicatori.
In particolare, è totale la nostra solidarietà al senatore azzurro Alfredo Biondi che si è trovato in una lista di «impresentabili» per una condanna che non c’è più e dopo aver spiegato per filo e per segno a Grillo - che pure ben conosce per averlo assistito in tribunale in passato - l’iter giuridico della vicenda. E chiunque ci segua sa che non c’è nulla di più sacro del diritto di replica e del diritto all’onestà intellettuale.
E poi. Sono mille i punti su cui non concordiamo con Grillo, anche con il Grillo di sabato scorso, per esempio sull’ineleggibilità dei condannati: come si fa a non distinguere fra i reati di opinione, che sono il sale della battaglia politica, il furto di galline, l’abigeato e l’omicidio? Come tutte le generalizzazioni, anche questa è pericolosissima.
Ma c’è un ma. Leggendo le pesanti critiche di Marco Follini o di Daniele Luttazzi, tanto per dirne due, al predicatore genovese, uno tende a rivalutarlo. A pensare che non ha tutti i torti. Ma, soprattutto, a non sottovalutarlo: ad esempio, il fatto che nella sua proposta di legge di iniziativa popolare ci sia la previsione del ritorno alla preferenza per eleggere i parlamentari è assolutamente condivisibile. E, anche nel centrodestra, il fatto che togliere ai cittadini il diritto di scegliere i propri rappresentanti sia un vero scandalo, molto peggiore di quello dei costi della politica, inizia ad essere percepito come un problema: negli ultimi giorni, il capogruppo leghista a Montecitorio Bobo Maroni ha espresso la sua preferenza per la preferenza; il leader buttiglioniano Rocco Buttiglione si è schierato decisamente per la preferenza; il presidente della Destra storaciana Teodoro Buontempo ne ha fatto addirittura il punto centrale del suo programmma. Ed hanno tutti ragione, maledettamente ragione.
Insomma, come su tutte le cose, occorre valutare le idee e le proposte. Non la simpatia o il colore politico di chi le indossa. E quindi, anche chi non impazzisce per Grillo, può prendere le cose positive di Grillo. E, soprattutto, ripeto, non sottovalutarlo, ma cercare di ascoltare il popolo di Grillo nella sua pars construens.
Quello che, invece, mi piace meno, molto meno, è la carica di demagogia di chi vede una notte nera in cui tutte le vacche sono nere. Mettere tutto in uno stesso calderone - dalle calderine alle pale eoliche, dallo stipendio dello staff del sindaco, che magari è pure diminuito rispetto a quello dei predecessori, ai bond regionali, dalle comunità montane alle poltrone della sala verde - rischia di sminuire i problemi veri. Che, per l’appunto, sono la pretesa dei partiti di imporre i parlamentari o la svendita delle case di enti pubblici ai soliti noti o i canoni non riscossi dallo Stato sul gioco d’azzardo.
Proprio questo è il rischio che si corre con Grillo, ma soprattutto con i grillismi. Quello di rincorrere lo scandalo qualunque esso sia, senza considerare che non tutti quelli che somigliano a scandali sono scandali. Negli ultimi tempi, ad esempio, l’assessore regionale al Bilancio Gibì Pittaluga è stato al centro di due vicende su acquisto di bond e aliquote che a tutto somigliano fuorchè a scandali veri. E mi piace dirlo, quasi urlarlo, proprio perchè spesso da queste colonne siamo stati i più duri critici della scelta del Pitta di andare a sinistra, lui che resta una delle menti liberali più lucide sul mercato, e della sua politica fiscale.
Negare i meriti di chi sta dall’altra parte, attaccare tanto per farlo, prendere posizione senza analizzare i fatti, fare demagogia, essere politici anzichè giornalisti...Quello sì, quello sarebbe il vero scandalo.