La demagogia della rendita

Nulla di nuovo, giacché di un rialzo al 20% delle aliquote sulle rendite finanziarie già si dissertava da tempo. Tuttavia con tutta l'equanimità non può dirsi che i giorni migliori per annunciarlo siano quelli di una grave crisi finanziaria. Tra l'altro proprio quando il differenziale dei rendimenti tra titoli di Stato a lunga italiani e tedeschi risale a trenta punti base. Con un debito pubblico per ben più di quattro decimi all'estero. La prudenza avrebbe richiesto di rimandare alle beghe della Finanziaria una decisione che divide anzitutto la maggioranza. Ma per quanto delicata e complicatamente tecnica la decisione non obbedisce al calcolo economico. Ed appunto ad annunciarla non è, come era semmai doveroso attendersi, il ministro dell'Economia. Dalla seconda fila dei sottosegretari è stato Alfiero Grandi che si è alzato a dirla. In replica alle litanie con cui un altro gigante dello spirito, il ministro Ferrero, ha inondato di comunicati le nostre vacanze. Insomma tanto seria questione se n'è sortita dal litigio continuo di queste settimane tra i più o i meno comunisti.
L'annuncio tra l'altro deve dirsi per adesso solo un'intenzione, o meglio un secondo tentativo. Da mesi i governativi sono divisi dai ragionevoli dubbi che complicano quest'aumento. La sua applicazione secca, indiscriminata, frutterebbe non poco. Ma molti sarebbero per escludere dalla tassazione le vecchie emissioni, e ancora si è proposto di applicare l'aliquota del 20% solo ai Btp e ai Cct emessi dopo l'entrata in vigore della legge. Il che al netto del minor gettito derivato dai depositi e di altre poste, farebbe calare a 1,5 miliardi l'incasso fiscale. E comunque si creerebbe una disparità fiscale dei rendimenti tra titoli di Stato. Per la qual cosa varie intellettualità egualitarie hanno allora iniziato a pensare di estendere l'aumento a tutti i titoli, ma con le loro eccezioni. Favorendo i redditi bassi o i patrimoni sotto i 100mila euro. Insomma le perenni fonti di genialità della nazione al governo pensano di applicare ai titoli il più inetto dei criteri, quello utilizzato per le tasse universitarie.
A rinforzare peraltro il ritorno della discussione alla comica c'è stata anche la dichiarazione del presidente della Commissione Finanze del Senato, Benvenuto. A riassunto degli eventi costui lamenta in sindacalese un «percorso accidentato che può non essere replicato purché il governo formuli una norma non ambigua che escluda qualsiasi effetto retroattivo». Precisazione involuta ma forse necessaria considerate le gesta precedenti del governo nella tassazione delle società immobiliari. Ma battuta ancora più esemplare è quella del ministro Ferrero a Radio Popolare: «Una vera schifezza» ... «non è accettabile che un lavoratore paghi il 30% su quanto guadagna, mentre chi investe paga il 12,50». Oblia che i due sono sovente la stessa persona, visto che sono anzitutto le famiglie dei lavoratori dipendenti a preferire i titoli di Stato nei loro risparmi. Ma nel bel mezzo di una crisi finanziaria l'altro discorso che tormenta costoro è poi quello di far pagare più tasse al papa. Poveri noi. Ridurre il debito pubblico resta la sola maniera per ridurre le rendite. Interessi e spesa statale sono i principali nutrimenti delle peggiori rendite in Italia. Insomma mentre il denaro sta fuggendo nella crisi dove vuole, e cresce la propensione alla liquidità, si folleggia seppure con una qualche efficacia comica.
Geminello Alvi