La demagogia del sindaco rosso

Il grande pubblico non conosce il sindaco di Firenze, ogni tanto appare una sua piccola fotografia sui quotidiani nazionali e il lettore rimane spiazzato dalla somiglianza con il ben più popolare Ridge, il bel protagonista della telenovela Beautiful. E in effetti, escluso il particolare curioso dell’aspetto, non ci sono altri motivi per ricordarsi di Leonardo Domenici. I frequentatori di Botteghe Oscure non dimenticheranno che ha un futuro alle spalle: pareva dovesse emergere nella nomenklatura degli under 50, qualche incarico rappresentativo nel partito, poi venne rispedito a Firenze. I suoi pochi amici sostengono perché i Ds volevano un candidato sicuro e rappresentativo, gli altri malignano che la carriera se la sia giocata per via del carattere. Vai a sapere... anche se un giorno Massimo D’Alema lo lapidò dicendogli pubblicamente: «Riesci ad essere più antipatico di me».
Leonardo Domenici non è un bravo sindaco. Lo pensa perfino la sua maggioranza. Un po’ perché il suo sogno erano i banchi di Montecitorio e non l’ufficio di Palazzo Vecchio, che vive come una retrocessione politica. E un po’ perché governare la rossa Firenze non è facile. Polemiche per ogni decisione, anche la più insignificante. Ma soprattutto perché l’ala radicale della sinistra cittadina spinge la giunta verso gli stereotipi di un’anacronistica cultura comunista. In particolar modo quando si parla di immigrazione: la Toscana dalle braccia aperte verso il Terzo mondo - ovviamente solo a parole e pochissimo nei fatti - è la melassa nella quale Domenici è costretto a nuotare per stare a galla.
Eppure, non stupisce che ora il sosia di Ridge abbia deciso di usare il pugno duro con i lavavetri. Proprio lui che entrò in rotta di collisione con l’allora prefetto di Firenze, Achille Serra, il quale chiedeva venisse creato anche nel capoluogo toscano un Cpt, per risolvere il problema degli extracomunitari senza il permesso di soggiorno. Proprio lui che, per piacere ai rifondaroli e ai no global, s’inventò addirittura un mercatino di vu’ cumprà sui lungarni basato esclusivamente sull’illegalità: fuorilegge i «venditori», la merce e le trattative (scontrini fiscali?).
Domenici ora sa che deve fare i conti con una città esasperata. Che vota a sinistra, per convinzione e talvolta per convenienza, ma che spesso si trova a pensare in parallelo con il centrodestra. Soprattutto sui temi dell’immigrazione e della sicurezza, prima ancora di quelli sul sistema fiscale e sui servizi. E sa anche il sindaco di non avere alternative: meglio lo strappo con la sinistra estrema, che fa parte e sorregge dall’esterno la sua giunta, che lo strappo definitivo con i cittadini.
Certo, il colpo di teatro alla Gentilini non si coniuga con la filosofia politica di Leonardo Domenici. Ma la città sembra poco preoccupata dei problemi interiori che gli causerà l’inattesa «conversione». Firenze è preoccupata che questo editto agostano sia soltanto propaganda, come al solito, quattro titoli sui giornali, un po’ di polemiche, e tra un mese tutto come prima: il semaforo rosso resterà un inferno, soprattutto per le donne e gli anziani, finestrini chiusi davanti all’arroganza dei lavavetri pronti anche a minacciare, se non ritengono la mancia adeguata.
Ovviamente non ci è dato di sapere se Domenici avrà la forza di tirare dritto per la strada che ha imboccato. Da tutta Italia, ora, l’applaudono. Anche i suoi colleghi di centrodestra che pensano di imitarlo. E di primo acchito verrebbe spontaneo pure a noi: bravo sindaco. Ma non può funzionare così, non ci si può accorgere solo ora di un problema che esiste da almeno vent’anni e che una scriteriata politica di perfido buonismo ha fatto degenerare. Per tutto questo tempo l’ignobile accusa di razzismo è stata usata come una clava, politicamente e non solo, contro chi denunciava l’invasione in Italia di povera gente affamata e disperata che non eravamo e non siamo in grado di sfamare e ospitare. Guai a sollevare il problema, a legare il numero sempre più alto dei reati con il numero sempre più alto degli immigrati clandestini che in questi anni sono sbarcati nel nostro Paese.
E adesso che anche il popolo della sinistra non ne può più, ora che anche i progressisti più convinti alla sera si barricano in casa perché hanno paura per loro, per la propria famiglia e per le proprie cose, così come si barricano in macchina ai semafori, adesso dicevamo, se ne esce il sindaco Domenici con il trofeo politico di un’inutile manciata di denunce penali che, egli per primo, sa che non avranno corso. E non solo perché c’è una magistratura che sta più a sinistra del bel Ridge e di quei sindaci che lo vorranno imitare (la Procura di Firenze ha già definito «opinabile» l’iniziativa di Domenici), ma perché la macchina della giustizia italiana non sarebbe in grado di rincorrere le denunce dei Comuni, se quest’ultimi decidessero davvero di stringere il pugno.
Le leggi sull’immigrazione ci sono già, sarebbe bastato applicarle prima. Se non ci fossero stati sempre i politici come Domenici che in tutti questi anni le hanno osteggiate.
Nicola Forcignanò