La demagogia della solidarietà

Giuliano Amato, parlando del bisogno di ripristinare il senso della legalità, ha scomodato il «risveglio della tigre fascista e reazionaria». Penso che neppure lui credesse ad un’affermazione tanto impegnativa. Confondere il bisogno di sicurezza dei cittadini paventando, in caso contrario, l’avvento del fascismo è come far credere che le armi giocattolo dei bambini sono il preludio dello scoppio della terza guerra mondiale. Alla gente non gliene importa un fico secco del Duce e delle strombazzate politiche che ne temono il ritorno. Quello che le interessa è la garanzia di poter stare in casa propria senza il pericolo che qualcuno venga dentro a massacrarti per rubarti quattro soldi. Poter camminare per strada senza essere scippati e finire in ospedale. Andare in vacanza senza il batticuore, pensando che qualcuno ti svaligia la casa mentre te ne stai al sole. Sapere che i delinquenti sono in galera e, soprattutto, che sono al corrente che in Italia uno non la può fare franca.
Se Amato ha sbandierato lo spauracchio del fascismo è per un motivo molto più banale. Egli, da uomo intelligente qual è, sa che dalle «sue parti» questo è l’unico pass-partout che consente il via libera a certe iniziative.
Stavolta, però, nonostante le migliori intenzioni, non gli è andata bene. Russo Spena di Rifondazione Comunista ha parlato di «banalizzazioni farsesche», mentre tutto il comunismo massimalista ha fatto proclami di lesa solidarietà. Sarà, ma ci credo poco. Mi viene più spontaneo pensare ad un’azione di logoramento del governo dall’interno, delle dismissioni in progress, giusto per non tenerlo in accanimento terapeutico. Una situazione che sta logorando i partiti e che ha messo in fibrillazione l’estrema sinistra, cosciente che è più facile vivere di opposizione, con i proclami della demagogia populista, piuttosto che metterci la faccia per governare.
Ma sarebbe interessante chiedere a questa sinistra cosa effettivamente intenda per solidarietà, nel momento in cui la considera minacciata dalla richiesta di legalità. Stando al sociologo De Sandre, essa comprende quell’insieme di «elementi unificanti generatori di una certa collettività». In questa accezione, è il rispetto di interessi e doveri condivisi, che crea le premesse per la comunione tra le persone. E come può crescere questa comunione se l’osservanza dei doveri viene richiesta solo alle maggioranze oneste? È da sprovveduti credere che alcune categorie sociali siano esonerate dal rispetto di alcuni valori fondamentali. Su quale base logica può reggersi l’idea che il farla franca dei furbi possa integrarsi con l’essere fatti fessi degli onesti?
In una seconda accezione, solidarietà rimanda a gratuità, cioè ad impegnarsi per il bene comune, a prescindere dagli interessi di ritorno. È il concetto più nobile, quello che l’estrema sinistra vorrebbe sbandierare come gioiello di famiglia, ma che in realtà viene smentito dalla sua restante azione politica. Sappiamo, ad esempio, che la solidarietà, nella sua matrice sociale, è generata primariamente dalla famiglia, dall’impegno del volontariato, dal rispetto della sacralità della persona. E qui casca l’asino, perché è su queste frontiere che, mentre la sinistra reclama solidarietà per chi viola la sicurezza sociale, finisce per smentire se stessa. Che senso può avere il denunciare le attività sociali della Chiesa, per via dell’Ici, se non quello di fiaccare la prima fonte generatrice di solidarietà e di welfare? Che senso ha far proclami di vicinanza agli ultimi, quando un giorno sì e l’altro pure, si attenta all’identità della famiglia e alla sua sopravvivenza? Che senso ha farsi paladini dei miseri, quando sul versante dell’etica, embrione, anziani, malati terminali vengono sacrificati sull’altare dell’efficientismo, come degli oggetti di mercato? Quale logica solidaristica può crescere da una politica il cui orizzonte ideologico è incapace di sottrarsi all’onnipotenza dell’individualismo etico e all’arroganza di certo scientismo da strapazzo? Predicare bene e razzolare male non è evidentemente esclusiva dei preti.
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