IL DEMAGOGO IN TRAPPOLA

Finirà così. Finirà con Di Pietro, Grillo, Travaglio e Pancho Pardi da soli in piazza ad insultare il mondo senza capire perché il mondo non li segue. Finirà così: quattro amici al bar convinti di essere Napoleone e magari anche di saper risanare le Ferrovie. Finirà con lo scolapasta in testa e urla sempre più alte davanti a platee sempre più vuote. Sguardi invasati per vedere il nulla. Finirà così: dopo aver attaccato tutto quello che c’è da attaccare finiranno per prendersela con Braccobaldo, Giove Pluvio, l’incredibile Hulk e Pippi Calzelunghe (colpevole anche lei di silenzio mafioso: in effetti ha la coda, anzi i codini, di paglia). E poi finiranno, forse, per esaurimento offese. E per esaurimento nervoso.
Ieri c’erano poco più di mille persone nella ridotta di piazza Farnese. Erano tanti, erano giovani, erano forti: dove sono finiti? In principio fu Piazza Navona. Poi quella sede sembrava troppo grande. E allora hanno ristretto l’orizzonte, forse anche per essere proporzionati alla loro ampiezza di vedute: niente da fare. Non riescono più a riempire neanche una vasca da bagno. Girotondo intorno al vuoto: le presenze erano più rade e casuali che i capelli sulla testa di Paolo Brosio. Il prossimo appuntamento, chissà, forse se lo daranno dentro una tazzina di caffè.
Le immagini sono eloquenti. Grillo che si faceva pagare per riempire i palazzetti, ora non riesce ad attirare pubblico nemmeno gratis. Da Travaglio che si può pretendere? La Guzzanti? Non pervenuta. Camilleri? Ha la credibilità di chi si professa martire del regime berlusconiano nel giorno in cui esce il suo libro pubblicato da Mondadori. Resta lui, Tonino il moralizzatore con la fuga di notizia al seguito. Le ultime vicende devono averlo parecchio innervosito: basta guardarlo in faccia. Di lucido pare che gli siano rimasti solo gli occhi. Una volta potevano sembrare spiritosi. Adesso sono solo spiritati.
E allora non ci stupisce che arrivi a dare del «mafioso» al presidente della Repubblica? Quando si costruisce tutta una carriera politica sull’aggressione all’avversario, bisogna continuare ad aggredire. Quando si coagula attorno a sé consenso sulle demonizzazioni, bisogna continuare a demonizzare. Demonizzare il presidente del Consiglio? Non basta più. Demonizzare l’intero Parlamento (covo di presunti criminali)? Non basta più. Sempre più in alto, come con la famosa grappa e con lo stesso grado di veleno alcolico. Il Quirinale. Il Papa. E la prossima volta chi finirà nel calderone dei «mafiosi»?
Di Pietro è scivolato in una trappola mortale. Per cercare consenso deve alzare sempre più i toni, ma alzando i toni sono sempre meno quelli disposti a seguirlo. Se non continua a urlare sparisce, ma se continua a urlare la gente si disperde. E così lui, che vorrebbe presentarsi come garante di tutte le istituzioni, non fa altro che offenderle. Lui, che vorrebbe essere la voce del popolo, rimane solo. Ieri l’hanno capito tutti. Ma proprio tutti tutti. Chissà, forse pure Veltroni.