Demanio marittimo, il ministro Fitto vola a Bruxelles

Appello di Confindustria nautica. Il titolare del dicastero per i Rapporti con le Regioni intende verificare con la Commissione Ue gli spazi di manovra dell’Italia. Il presidente di Ucina: &quot;Individuare norme minime comuni per dare un quadro di riferimento al settore&quot;. Secondo l’ultimo rapporto Censis per ogni quattro barche ormeggiate si genera un posto di lavoro <br />

Secondo l’Osservatorio Nauti­co Nazionale l’indotto generato dalle sole barche stanziali (esclu­so il transito), nei marina turistici (circa il 25% del totale dei posti bar­ca italiani) ogni anno ammonta a 1,200 miliardi di euro. Includen­do gli ormeggi gestiti nei porti e darsene pubbliche, quelli alle foci dei fiumi, i circoli privati, i club ve­lici e Leghe Navali, l’indotto com­plessivo stimato è di 4 miliardi. Il rilancio della nautica e lo sviluppo delle economie costiere passano inevitabilmente da queste struttu­re demaniali, ora di competenza regionale. Secondo il Censis, infat­ti, ogni quattro barche si genera un posto di lavoro nell’indotto e qualunque studio economico di­mostra come i beni demaniali ma­rittimi destinati alla nautica da di­porto offrano il miglior moltiplica­tore dell’occupazione. Eppure proprio queste strutture rischiano di rimanere stritolate dalla concomitanza di una serie di circostanze che vanno dall’ultima Finanziaria del governo Prodi alle nuove norme Ue sulle procedure di rilascio delle concessioni, pas­sando per la perversa filosofia che vuole i porti assimilabili agli stabi­limenti balneari. Attualmente por­ti e approdi turistici soffrono del­l’aumento indiscriminato dei ca­noni demaniali - fino a 10 volte ­fissato dalla Finanziaria 2007 e ap­plicato anche alle concessioni in corso, facendo saltare i business plan delle imprese. La situazione è aggravata dal fat­to che il trasferimento della com­petenza sul demanio alle Regioni è avvenuta in assenza di norme quadro, l’indicazione di requisiti minimi comuni o quanto meno di un coordinamento fra le Regioni stesse. Va tenuto presente, infatti, che ci sono delle condizioni neces­sari­e al di sotto delle quali l’investi­mento in strutture portuali non viene remunerato; se le concessio­ni vengono rilasciate al di sotto di alcuni parametri minimi rischia­no di richiamare solo operazioni di dubbia liceità. Viceversa la forte disparità di trattamento attuata dalle Regioni - in ordine alla dura­ta della concessione - finisce per attirare i capitali laddove c’è remu­nerazione e non dove c’è grande domanda di posti barca. «Per questo –dice Anton France­sco Albertoni, presidente di Ucina-Confindustria Nautica- è necessa­rio individuare con governo e Re­gioni norme minime comuni che consentano di dare un quadro di riferimento al settore». Di qui un forte appello al ministro Raffaele Fitto affinché, dopo l’importante lavoro di mediazione portato avanti a favore degli stabilimenti balneari, convochi al più presto un tavolo per adottare un’intesa Stato-regioni anche in tema di por­­tualità: «L’intesa che la conferen­za Stato-Regioni si appresta ad adottare in materia di concessioni balneari contiene in questo senso alcuni principi di indubbio inte­resse - aggiunge Albertoni- ma bi­sogna stabilire chiaramente che non ha ad oggetto le strutture por­tuali di cui ai commi 1 e 2 dell’art. 1 del Dpr 2 dicembre 1997 n. 509 (il c.d. decreto Burlando) per evitare strumentalizzazioni in fase appli­cativa o giurisprudenziale». Ma questo è solo uno dei nodi che affliggono i porti. Sia il ddl di riforma della legge 84/94, sia il ddl semplificazione (Brunetta-Calde­roli) contengono una norma quan­to mai necessaria di cui Ucina-Confindustria Nautica chiede la rapida adozione (i pontili galleg­gianti dedicati al diporto non ne­cessitano di ulteriori titoli abilitati­vi edilizi oltre alla concessione de­maniale. E dimostrato, tra l’altro, che la riconversione dei porti com­merciali dismessi o sotto utilizza­ti, ha rappresentato la rinascita di porzioni di centri storici di diverse città costiere, ma anche delle loro economie, come testimoniano i casi di Barcellona e Genova. Infine, ma non meno importan­­te, c’è il tema dei porti a secco (dry storage). Come dimostrato dalle esperienze ultradecennali ameri­cane e francesi, la dislocazione a terra delle piccole unità, da movi­mentarsi in pochi minuti con ido­nei dispositivi- anche con control­lo remoto- libera specchi d’acqua per destinarli a una nautica mag­giore, di grande redditività per il territorio, coniuga la richiesta di posti barca con esigenze di tutela ambientale e di preservazione del­­le coste, supporta la nautica socia­le offrendo servizi a minor costo. Ieri il ministro Fitto era a Bruxel­les per per verificare in sede Ue­quali sono gli spazi di manovra per meglio affrontare il tema delle concessioni demaniali.