Demme filma il Jimmy Carter pacifista

Il regista del "Silenzio degli innocenti" ha seguito le conferenze dell’ex presidente Usa contro il conflitto israeliano-palestinese

Venezia - Alla Mostra l'ultimo film statunitense è stato fuori concorso, ma ha ribadito l'eccellenza - anche nel documentario - di chi ha saputo imporsi a Hollywood e ora può girare quel che crede, anche senza Hollywood. E così un lungo applauso della stampa ha salutato Jimmy Carter. Man from Plain di Jonathan Demme. È il ritratto odierno dell'ex presidente - premiato col Nobel per la pace per gli accordi di Camp David - da parte del regista premiato con l'Oscar per Il silenzio degli innocenti. Lo spunto di Man from Plain (L'uomo di Plain, cittadina della Georgia dove nacque e dove vive Carter) è l'ultimo saggio dell'ex presidente, il notevole Palestine: Peace Not Apartheid, pubblicato meno di un anno fa da uno dei maggiori editori americani, Simon & Schuster. Esso descrive la drammatica condizione del popolo palestinese, aggravata dal Muro, alto dodici metri, che ora circonda la Cisgiordania e la striscia di Gaza: oltre che occupati dal 1967, quei territori sono ormai completamente isolati da terra, dal mare e dall'aria. «È un rimedio agli attentati», dicono i fautori del Muro; «è segregazione etnica», dicono gli obiettori, incluso Carter. «Antisemita», la replica immediata. Perfino il lungo sodalizio di Carter con Alan Dershowitz - un tempo garantista, oggi fautore della tortura «regolamentata» - è così finito. Antisemita? Eppure per il primo ministro israeliano Begin «gli accordi di Camp David sono stati gli accordi di Carter. È il suo lavoro instancabile che ha messo pace fra Egitto e Israele». Sic transit...

Signor Demme, da quanto conosce il presidente Carter?
«L'ho sempre stimato, ma la conoscenza personale risale a un anno e mezzo fa, dopo aver saputo che si cercava un regista per fare un documentario su di lui».

Dal Silenzio degli innocenti di Thomas Harris a Palestine: Peace Not Apartheid di Jimmy Carter. I bestseller la stuzzicano?
«Quando ho accettato di fare il film, conoscevo solo il titolo del libro di Carter, ma già capivo che avrebbe suscitato fuochi d'artificio. L'ho letto però solo alla vigilia delle riprese».

Giorni e giorni con un ex presidente sempre in viaggio: non sarà stato semplice per lei.
«Non avevo restrizioni di tempo e ogni cosa accadesse davanti alle videocamere - il film è in alta definizione - poteva finire nel film a mia discrezione».

Quanto filmavate ogni giorno?
«In media sedici ore, in due-tre persone quando era possibile, per avere degli eventi anche altre prospettive».

Il film è una produzione indipendente. Uscirà in Italia?
«In Italia il film non è ancora stato venduto. La Participant, che l'ha prodotto, si chiama così perché fa film per indurre alla partecipazione politica. Ma divertendo».

Il tema è sulfureo. In Italia nessun editore ha pubblicato Palestine: Peace Not Apartheid.
«I media degli Stati Uniti, per quanto vitali per una democrazia che ancora funziona, sono per lo più allo sbando, con sporadici episodi di autentico giornalismo investigativo».

Nel suo film Carter appare un politico lucido, non un utopista.
«Carter è il modello di comportamento più positivo che gli Stati Uniti abbiano da offrire oggi».