Democratici al duello: odio e minacce tra Hillary e Obama

E' lite continua tra i candidati che si detestano. Anche sull'ultimo voto: la vittoria della Clinton "sporcata" da Barack che prende più delegati

Hillary proclama raggiante che così è cominciata la conquista del West, e si sente di nuovo la front runner. Bill Clinton, l'altro corno della coppia d'assalto, ghigna: «Ora non avete più voglia di ballare sulla sua tomba». I numeri danno ragione a loro per la seconda volta. Soprattutto danno torto ai molti che avevano liquidato le primarie americane, che sono, anche oggi, appena all'inizio. In Nevada hanno votato per il senatore di New York, ed ex first lady, le donne e i latinos, ma anche gli iscritti al sindacato di cuochi, camerieri, croupiers di Las Vegas, che pure avevano avuto indicazione di scegliere Obama. La Clinton stavolta non ha neanche pianto, e ci vuol altro che una lacrima per convincere i cittadini iscritti al partito democratico che stanno votando il candidato giusto per la convention di agosto.

Barack Obama non ha fatto nessun «concession speech», voti ne ha presi tanti di meno ( 45 contro il 51 per cento ), ma il numero dei delegati lo favorisce, tredici contro i dodici di Hillary, grazie alla distribuzione dei numeri che è diversa per ogni collegio elettorale. Per capirci, a lei Las Vegas, a lui contee più periferiche che sommate danno un delegato in più. Stiamo sempre parlando di Stati nei quali i voti elettorali sono pochi, dove contano il processo politico e la costruzione del candidato. La valanga arriverà il 5 febbraio, quando si voterà in ventidue Stati, compresa New York. Fino ad allora, passando per il nero South Carolina, dove è nato, può illudersi anche l'ultra liberal John Edwards, arrivato terzo con meno del 4 per cento.

Quella che comincia ora fra i due favoriti è una campagna tanto sfibrante quanto rapida. Devono passare da una Costa all'altra in due settimane, il senatore che parla il linguaggio dell'esperienza, che si presenta accompagnata da un coniuge che è stato e resta un Presidente estremamente amato, ma soprattutto una donna per la prima volta, contro l'avversario bello e più giovane, bravo comunicatore del linguaggio d'America, un nero per la prima volta, ma un nero che è cresciuto bene e non spaventa, appartiene all'élite. Prima di mandare uno dei due alla nomination e alla corsa contro il candidato repubblicano per 1600 Pennsylvania Avenue, i democratici e i loro simpatizzanti ci penseranno molto a lungo. Sentono profumo di vittoria dopo gli otto anni di Bush. Questa necessità è in contraddizione con la scelta, già fatta, di anticipare il big Tuesday, il gran martedì di due mesi almeno. È stata travolta la storica formula che distillava le primarie verso le convention.

Sarà perciò uno scontro durissimo fra due persone che si detestano, come raramente si è visto all'interno dello stesso partito. Già in Nevada è andata così. Iscritti alla «Culinary union» hanno denunciato pressioni e minacce perché erano con la Clinton, altri hanno ricevuto telefonate nelle quali si parlava male di «Barack Hussein Obama». Non si nascondono dietro minacce anonime le donne che stanno accusando Oprah Winfrey, la anchor televisiva più popolare e ricca del Paese, di tradimento per aver appoggiato Barack Obama ai danni di Hillary. La signora, subissata di mail, ha accusato il colpo, alle donne deve il suo impero editoriale, e da qualche settimana è scomparsa. Forse si preparano a qualche sortita, ancora da definire, anche due pezzi da novanta come il sindaco di New York, Michael Bloomberg, e il governatore della California, Arnold Schwarzenegger. Entrambi popolarissimi, il primo continua a smentire di volersi candidare come indipendente nel mese di marzo, il secondo, repubblicano liberal, è nato in Austria e non negli Stati Uniti, o il corso di queste primarie sarebbe diverso. Si sono incontrati per formare un gruppo trasversale che lancia accuse agli sprechi di Washington, denuncia il ritardo nella nuova tappa di sviluppo del Paese, insomma una bella tegola anche per i candidati democratici.