Democratici in fuga dal Nord «cattivo»

di Vittorio Macioce

Verso Sud. È un lungo rintanarsi, retrocedere, rincantucciarsi lì dove si vive di Stato e parastato, di attese, di lavoro sommerso, nero e clandestino, di «conosci qualcuno», di speranze, di quella sopravvivenza quotidiana che è l’arte antica di arrangiarsi. È qui, nel meridione, che la classe dirigente del Pd si sta lentamente rifugiando. Un viaggio a ritroso che assomiglia molto a una fuga dal Nord, dalla questione settentrionale, da Chiamparino, dall’Emilia rossa e dalle lamentele di Cacciari. L’aria che si respira ricorda La marcia di Edgar Doctorow, la gente di Atlanta che scappa dall’armata nordista del generale Sherman e cerca rifugio verso il mare. «Bastava seguire le strade più battute, e di lì a poco udivi un suono innaturale per la campagna. E poi ne sentivi l’odore». È questo il romanzo che Massimo D’Alema dovrebbe lasciare sotto l’albero dei suoi compagni di partito. È un regalo di Natale in cui specchiarsi, riconoscersi. Il grido del Pd ormai è questo: a Sud, a Sud.
Il Mezzogiorno è una barricata. È il confine dove si gioca la resistenza elettorale, regione per regione. Bisogna salvare la Puglia, la Campania, la Calabria e sperare in un miracolo siciliano. È per questo che Bersani ha abbandonato le sue terre e la sua storia, chiudendo i discorsi con i piccoli imprenditori del Veneto e dell’Emilia. E tutti parlano del «partito del Nord» che depreda i poveri sudisti. D’Alema su questa tesi sta costruendo un architrave politico. Quando ieri ha incontrato a Napoli i lavoratori dell’Ansaldo Breda parlava quasi da sanfedista, da borbone: «Il Sud è stato spogliato delle sue risorse da una destra nordista». È questo il gioco. La discriminante politica non è più orizzontale e ideologica, ma diventa uno scontro tra territori. Nord contro Sud. E il Nord ha il volto colonizzatore di Berlusconi e Bossi. Puro populismo. È il ritratto di un Nord di imprenditori rapaci che fa gli «schei» sulla pelle dei meridionali. È il Sud senza più rappresentanza e senza paracaduti sociali. «La spoliazione del Mezzogiorno è un danno drammatico. La destra meridionale è un fenomeno di ascarismo, di gente che non conta nulla». Siamo già in piena campagna elettorale.
Il nuovo Pd va in cerca d’identità. La leggerezza veltroniana, spesso inconsistente, è stata archiviata. Ora serve qualcosa in cui riconoscersi. Il problema è che il Pd sembra accontentarsi. Si ritira. Cosa è oggi il Pd? È il Sud più lamentoso. È la polemica con il Nord. È la frustrazione dei colletti bianchi. È le mille piazze. È la retorica della resistenza. È un pugno di studenti che rincorrono gli anni ’70. È l’antiberlusconismo ideologico. È la leggenda Saviano. È il dramma di un partito arroccato sulle proprie sconfitte.
Quella del Sud appare come una bandiera malinconica. Esiste una questione meridionale, ma non si risolve con i vecchi slogan del Nord predone e colonialista. Il problema è che il volto del Pd, qui a Sud, è sempre lo stesso. È Bassolino che galleggia su tutte le tempeste. È il calabrese Loiero, grande elettore di Bersani, responsabile di una sciagurata gestione della sanità pubblica, che ha creato una voragine nel bilancio della regione. È la Puglia fratricida di Vendola e Emiliano, dove la sinistra stramazza per la guerra civile delle confraternite. È la Puglia che neppure D’Alema riesce a governare. È il Sud senza mercato, imprese e imprenditori. È il Sud che chiede l’elemosina e pensa che tutti i problemi della vita si risolvono con un posto in Provincia, in Regione o al ministero.
Forse ha ragione Saviano. Milano è davvero la più grande città del Sud. È lì che i meridionali stufi di clientele e parassiti hanno trovato rifugio. Il guaio del Pd è che difende i vizi peggiori di chi è rimasto. Tanto la colpa è sempre del Nord.