Il democratico De Benedetti licenzia 230 operai

L’editore di «Repubblica» chiude la Sogefi di Mantova e lascia a casa tutti i dipendenti. Rabbia ai cancelli: «Un fulmine a ciel sereno senza ammortizzatori sociali»

nostro inviato a Mantova

«Con la presente, la scrivente Sogefi Filtration Spa comunica di dover procedere al licenziamento collettivo del personale dipendente nella propria unità di Mantova, via Barbieri 1, a seguito della decisione di cessare in via definitiva l'attività produttiva nella suddetta unità». La lettera, contenente l'asciutto annuncio del categorico e unilaterale «tutti a casa» era arrivata ai 230 dipendenti con rara indelicatezza sindacale e palese insensibilità umana il 29 aprile scorso, proprio alla vigilia del 1° maggio, Festa del lavoro, appassendo di colpo i garofani e afflosciando le bandiere rosse pronte a garrire.
Il mittente era Carlo De Benedetti, editore di lotta salottiera attraverso le colonne della «sua» Repubblica, ma a ben vedere ringhioso imprenditore vecchia maniera. Insomma, compagno sulla carta (stampata), ma nei fatti coriaceo paron dalle belle braghe bianche, di quelli che «al diavolo i diritti e la tradizione manifatturiera italiana, perché finché c'è finanza - lui ne è un maestro - c'è speranza». Ben altra speranza rispetto a quella spentasi invece di colpo, insieme a tanti piccoli e grandi sogni, sui volti e nei cuori dei dipendenti della mantovana Sogefi, azienda specializzata nella produzione di filtri per l'industria automobilistica.
Di un «autentico fulmine a ciel sereno, perché piombatoci addosso senza nemmeno il precedente e doveroso avviso di uno stato di crisi, come vorrebbe la prassi sindacale e senza nemmeno prevedere alcun ammortizzatore sociale» parla Roberta Gioma, rappresentante sindacale della Fiom. «È vero, a dicembre c'era stata la messa in mobilità di 13 impiegati in seguito all'accorpamento degli uffici presso la sede di San Antonio in Val di Susa, ma per quanto riguardava il sito produttivo non erano stati lanciati allarmi. Anzi, ci avevano assicurato che per la fabbrica mantovana non esistevano problemi, tanto che a gennaio erano stati assunti a tempo indeterminato sei lavoratori interinali».
Così, ora, la paura di questa gente, delle tante famiglie in lotta con la realtà immobile di stipendi da mille-milleduecento euro al massimo, e con quella invece fluttuante verso l'alto dell'affitto, del mutuo e di una borsa della spesa fuori controllo, è una realtà che qui si vede e si tocca. Una paura blu, come la stoffa dei camici e delle tute, sovrastate da altrettante facce di cartone con la scritta «licenziato», appese simbolicamente alla cancellata della fabbrica insieme a inquietanti rami d'albero. «Perché è così, “rami secchi”, che ci ha definiti la direzione», dice spiegando la simbologia Alessandro Grizzi, 35 anni, delegato Fiom, che il 29 aprile ha letto quella lettera insieme con sua moglie Stefania, anche lei in attesa di licenziamento. «Per fortuna non abbiamo il problema del mutuo - riesce a consolarsi Grizzi - ma a casa abbiamo due bambini piccoli e una grande angoscia destinata a durare 75 giorni, ovvero i tempi previsti per la mobilità. Scaduti quelli, saremo entrambi senza lavoro. Intanto non possiamo fare altro che resistere, fino alla fine, e io me la sento quanto meno di provarci, di tenere botta, ma è chiaro con la mobilità, all'80% dello stipendio, non possiamo vivere. E di coppie come la nostra ce ne sono altre, così come quelle formate da madre e figlio, o ancora le donne divorziate e sole che traggono da questo lavoro il loro unico sostentamento».
Quanto alla reazione della città, da sempre roccioso caposaldo della sinistra in una regione che va decisamente in diversa direzione, si può dire che lo stupore per l'arroganza del gruppo De Benedetti (per inciso, anche il quotidiano locale è suo) inizi a mescolarsi con una sgradevole sensazione di delusione. «Tanti, anche del sindacato, sentendosi traditi, si sono sfogati con me chiedendosi se sono questi i nuovi imprenditori della sinistra», dice Mauro Vinci, consigliere comunale di Forza Italia. Mentre il suo collega di partito, il vicepresidente del Consiglio regionale Enzo Lucchini, parla senza mezzi termini di gente che «predica bene e razzola male».
Sentimento che con altre parole è lo stesso di Alessandro Pagano, segretario provinciale Fiom Cgil, che definisce la posizione padronale «di una durezza che non mi potevo aspettare, soprattutto perché in netto contrasto con quelle che sono ormai le tradizioni in situazioni simili, dove è ormai prassi collaborare per arrivare a forme di ristrutturazione soft. Così non è stato, rifiutando perfino una soluzione ragionevole proposta dal ministero del Lavoro».
E poi dici che uno - direbbe Totò - si butta a destra.