La democrazia affidata a un comunista

Era fatale che in una situazione politica come quella attuale esplodesse la polemica governo-Parlamento, che non va considerata affatto una normale dialettica, come ha cercato di dare a intendere il presidente del Consiglio. Che non appartenga alla consuetudine lo dimostra l’intervento, tutt’altro che ordinario, del capo dello Stato, che ha distribuito salomonicamente rabbuffi a tutti - governo, Parlamento, opposizione, con molto riguardo in verità - senza peraltro indicare rimedi che, Napolitano ne è ben consapevole, spettano solo al Parlamento.
Gaffe quella d Prodi che, facendo il bilancio del primo anno del suo governo, s’è imprudentemente lamentato delle poche leggi approvate (10 alla Camera su 104) e ne ha addebitato la colpa a un’«interpretazione estensiva dei regolamenti parlamentari». Insomma una tirata d’orecchie alle presidenze delle Camere. Mossa inconsulta, frutto evidentemente del nervosismo dovuto all’inefficace governo dei problemi del Paese e al pessimo rapporto con l’opinione pubblica. Il presidente del Senato Marini ha scelto il silenzio, facendo ben capire però di non aver gradito l’uscita del premier. Il presidente della Camera Bertinotti ha replicato invece in modo tutt’altro che diplomatico, com’era suo diritto e dovere. «Il presidente del Consiglio - è stata la risposta - è fuorviato dalla scarsa dimestichezza con le aule parlamentari». Con l’aggiunta di due stilettate: il dibattito parlamentare, ha detto, «è il sale della democrazia» e il governo ricorre troppo spesso alla «scorciatoia» dei decreti legge.
Alquanto risentita, ma anche abbastanza ipocrita, la replica di Prodi, che s’è scusato protestando riguardo per la terza carica dello Stato e cercando di blandire i parlamentari per la «preziosa opera al servizio del Paese», sperando che tutto finisse in gloria. Su una sola cosa non s’è allontanato dalla verità: l’uso dei decreti legge, in effetti, non è una prassi introdotta dal suo governo. La gravità della querelle è stata avvertita al Quirinale, che è intervenuto nel tentativo di quietare le acque, esortando a sveltire il lavoro del Parlamento, armonizzare le procedure (punto assai delicato) e a non abusare dei decreti legge, che, stando all’articolo 77 della Costituzione, sono ammessi solo «in casi straordinari di necessità e urgenza». Materie che appartengono, si potrebbe dire, alla fisiologia parlamentare che non è facile rimuovere senza rischiare di violare prerogative costituzionali e ferire libertà democratiche.
È specioso chiamare in causa la funzionalità del Parlamento, dove è rigoroso che sia garantita la libera dialettica. In causa sono invece la mancanza di una maggioranza davvero unita (alla Camera c’è, ma è divisa; al Senato ha un margine ristrettissimo) e la pretesa del governo di produrre leggi spesso opinabili se non addirittura illiberali.
Le critiche al Parlamento da parte del governo sono infondate. In qualche modo lo ha riconosciuto lo stesso vicepremier Rutelli, che ha detto: «Non ha funzionato l’aver fatto troppi provvedimenti». È dunque fuori luogo anche l’invito a intensificare l’attività legislativa. Può l’opposizione rinunciare alla sua democratica e legittima azione di contrasto in Parlamento? Che democrazia sarebbe senza una dialettica sana e forte? Non è certo all’opposizione che può essere imputata l’improduttività legislativa. Il dissenso e l’antagonismo fanno sano e liberale un sistema parlamentare. Persino il filibustering (che peraltro finora non c’è mai stato) è da considerare strumento legittimo e democraticissimo, secondo la tradizione di un Paese come la Gran Bretagna, dove libertà e democrazia sono state costituzionalizzate.
Non è strano che in Italia sia Bertinotti, leader di un partito estremista, a ricordarci questi principi liberali e democratici? Egli va ringraziato per aver definito il dibattito parlamentare «sale della democrazia».