Democrazia alla Chavez Gli elettori venezuelani lo proclamano dittatore

Il «Caudillo rosso» vince il referendum costituzionale: con le modifiche da lui imposte ora potrà governare a vita

da Washington

Il giorno del «golpe bianco» di Hugo Chavez i venezuelani sono stati svegliati dalle cannonate. A salve, altrimenti il golpe non sarebbe bianco; anzi dei cannoni era solo il rumore registrato. Mescolato a quello delle sirene d’allarme, aveva lo scopo di scaraventare gli elettori giù dal letto al più presto. È una delle tante manie di Chavez: aveva già ordinato di spostare le lancette degli orologi in tutto il Paese affinché i venezuelani si levassero più presto, «perché le ore del sole fanno bene alla salute».
Ieri però lo scopo era meno innocente: i sondaggi buttavano male per il compagno presidente, i sì e i no erano dati testa a testa nelle risposte al suo referendum. Ma le cannonate sono servite: gli hanno dato il margine ristretto di perpetuare il potere (gli exit polls per il referendum danno ai «sì» un vantaggio di 6-8 punti). Chavez sapeva di avere più nemici del solito, in questo suo voluminoso tentativo di modificare la Costituzione e togliere gran parte delle garanzie istituzionali che ci sono scritte dentro. Non erano i suoi soliti nemici ad opporsi, quelli che lui chiama la «oligarchia», la Chiesa cattolica, il mondo degli affari, gli studenti, gli «amici degli imperialisti americani». Stavolta contro Chavez si erano schierati i sindacati, alcuni fra i partiti della coalizione che lo ha portato due volte alla presidenza, il suo ministro della Difesa Raùl Isaias Baduel, dimessosi dopo aver denunciato una «imposizione antidemocratica». Degli estremisti di sinistra e perfino un attivista ultra che per nome di battaglia si è scelto Stalin. Severo anche il giudizio di uno statista di cui Chavez aveva cercato l’amicizia per una crociata populista in tutta l’America Latina. «Questo progetto - ha detto il brasiliano Lula - supera i confini della democrazia e costerà a Chavez l’appoggio dei settori moderati anche della sinistra mondiale. Se non sta attento finirà prigioniero delle correnti più estremiste». Già il suo contegno l’ha messo ai ferri corti con la Madre Spagna, il cui re gli ha pubblicamente intimato di «chiudere il becco». Non restava dunque che l’appello agli elettori di sempre, i più poveri e sprovveduti, quelli beneficati dalle raffazzonate riforme e quelli che sperano di esserlo. Giù dal letto e in coda alle urne, per «salvare la revolucion bolivariana».
Chavez aveva anche mobilitato i suoi amici vivi e morti, indigeni ma soprattutto stranieri, dall’attore Sean Penn al calciatore Maradona. Aveva anche tentato di imbarcare Nicolas Sarkozy, citandolo come amico perché «lui non mi chiama dittatore». L’appello di più sicuro effetto, comunque, doveva essere quello al risentimento antiamericano, questa volta mirato a un complotto della Cia per sabotare la liberazione di Ingrid Betancourt dalle mani dei terroristi rivoluzionari colombiani, che altrimenti Chavez ha promesso accadrà «entro Natale».
Uno spunto polemico gli ha fornito anche, negli ultimi giorni, una gaffe della Cnn, che ha fatto un pasticcio nella sequenza di due notizie e ha fatto transitare la scritta «Chi l’ha ucciso?» riferita alla morte di un calciatore, sotto l’immagine del presidente venezuelano, consentendogli così di riesumare l’auspicio di quel predicatore fondamentalista Usa che si consigliò alla Cia di «liquidarlo».
In ambedue i casi Chavez ha fatto gli scongiuri e poi ha preso l’incidente come di buon augurio. Lo ha anzi mescolato al tema centrale della campagna elettorale, che era la sua proposta di modificare la Costituzione consentendo d’ora in poi ciò che oggi essa vieta, cioè la rielezione di un presidente per un numero infinito di mandati settennali. «Così - ha detto lui in uno degli ultimi comizi - se Dio mi darà vita e aiuto, rimarrò alla testa del governo fino al 2050» (cioè quando avrà 95 anni). Il referendum conteneva altri 68 emendamenti alla Costituzione, fra cui l’abolizione dell’autonomia della Banca Centrale, lo spostamento dell’età minima per il voto dai 18 ai 16 anni e una drastica diminuzione dell’orario lavorativo: da 8 ore il giorno a 6.