La democrazia al contrario del «compagno» Hobsbawm

Se la democrazia sia «esportabile» o meno è ovviamente un tema molto serio. Non molto seria è tuttavia l’idea che gli ultimi saggi di Eric J. Hobsbawm («Imperialismi», Rizzoli) siano un serio contributo alla discussione del problema.
In queste pagine, certo, il vecchio leone del marxismo in salsa inglese, avendo da un pezzo superato lo shock del collasso del paradiso sovietico, si presenta come un fan della democrazia. Che però per lui, naturalmente, non è affatto quella – illusoria perché soltanto «formale» – che si è affermata nell’Occidente capitalistico. E nemmeno quella – verace perché «sostanziale» – che neppure i regimi totalitari da lui un tempo venerati, con tutti i loro massacri e le loro deportazioni, non sono purtroppo riusciti a realizzare. Quale mai sarà dunque oggi per questo insigne storico la «vera» democrazia?
Lasciamo perdere. Oggi la sola idea chiara, nella sua testa, è la convinzione che lo sforzo di esportare la democrazia in Paesi che finora non ne hanno goduto sia gravido di pericoli. Il più grave dei quali è per lui la possibilità di trasmettere a quei popoli «l’illusione che nei paesi che ne godono la democrazia sia effettiva». Ciò che insomma al vecchio Hobsbawm sembra inammissibile è che le masse islamiche possano incominciare a sospettare che sotto i loro soavi regimi fondamentalisti possano esserci meno diritti e meno libertà che in quell’Occidente che per lui resta pur sempre la vera bestia da abbattere... Di questo insigne studioso si dice che abbia ripudiato da un pezzo la sua antica fede comunista. Alcuni anni fa, in una grossa autobiografia («Anni interessanti»), dopo aver ammesso che l’impresa comunista era totalmente fallita, osò persino aggiungere che il germe del disastro vi era insito fin dall’inizio. Eppure quel suo idolo infranto continua a ispirarlo anche da morto.
Continuò a ispirarlo anche quando in «Il secolo breve», riuscì ad abbozzare una storia del Novecento senza mai nominare il Gulag. Che è un come raccontare la storia antica evitando di parlare della schiavitù; o la Rivoluzione Francese saltando il Terrore, la ghigliottina e i massacri; o la Germania nazista cancellando il dettaglio della Shoah.
Continuò a ispirarlo anche quando, qualche anno dopo, in «Intervista sul nuovo secolo», rivelò il nobile motivo di quella sua vereconda omissione: «Per parlare del gulag – spiegò – avrei dovuto scrivere delle cose che sarebbe stato difficile dire per un comunista come me senza toccare la mia militanza e la sensibilità dei miei compagni». Squisita confessione, dalla quale possiamo dedurre che nel suo vecchio cuore la fede nel comunismo non è stata mai così viva come da quando lui stesso ne ha riconosciuto il decesso. E continua a ispirarlo ancora oggi imponendogli di riproporre in ogni suo scritto la tesi (implicita in ogni riga di «Imperialismi» e perfettamente conforme al principale articolo di fede del suo «credo» originario: il dovere di annientare il capitalismo imperialista) secondo la quale la grande minaccia che incombe oggi sull’Occidente non è il terrorismo islamista ma il proposito di sconfiggerlo.
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