La democrazia dei «minimi termini»

Non è la prima volta che lei filosofeggia attorno al concetto di democrazia e devo anche ammettere che non è il solo leggendosi di tanto in tanto interventi di altri giornalisti o storici su questo argomento. Mi domando, fermo restando l’interesse di molte sue considerazioni, perché lo fa. Intende screditare la democrazia, o propugna altri regimi quali la monarchia assoluta, magari quella dei Borbone, il totalitarismo o l'anarchia? Se ci si distacca dalla democrazia l’alternativa è di ricadere nel passato, nel feudalesimo o peggio perché non c’è niente oltre e di meglio della democrazia, come disse anche Winston Churchill. E dunque perché metterla in discussione? Se devo scegliere tra la fame, un tozzo di pane ammuffito e un panino con la Bologna, mangio il panino con la Bologna senza far tante storie e senza dire buono, però potrebbe esserlo ancor di più se ci mettessi qualcosa che non saprei ma che certo lo farebbe più gustoso.



La Bologna, lo preciso per i lettori non di area meneghina, è la mortadella, gustosissimo insaccato e birichina metafora di Romano Prodi. Per venire a noi, caro Ferrero, siamo o non siamo in democrazia? Visto che lo siamo, in nome della libertà di pensiero e di espressione, diritti squisitamente democratici, sarà pur lecito discuterne ed eventualmente criticarla, questa benedetta democrazia. O no? Partiamo dall’essenza medesima della democrazia: nella discordia delle opinioni vince la maggioranza. Essendo la nostra una democrazia rappresentativa (ma con la bizzarra pretesa che chi ci rappresenta non è vincolato al mandato, ovvero alla nostra delega) può accadere e accade di frequente che il volere della maggioranza - che si traduce nel democratico e solenne volere del Paese - sia calpestato perché un deputato (della maggioranza) è a letto con l’influenza, un altro ha perso il treno e un terzo stava schiacciando un sonnellino. Messa così, ne converrà, caro Ferrero, la democrazia ci fa davvero una brutta figura. Ma non è tutto. Una delle virtù della democrazia è il rifiuto, la negazione stessa dell’incertezza. Pertanto essa non sta lì a giudicare le opinioni, le conta e dopo averle contate stabilisce che la verità risiede in quelle di maggior numero. Già, ma come si formano le opinioni? Attraverso una serie di riflessioni, di studi, di riscontri, di contraddittori con se stessi o, in alternativa, facendo propria, sposando l’opinione già bella confezionata e infiocchettata, di un altro. Poiché il secondo modo è, per ignoranza, per pigrizia mentale, per conformismo o per professione di fede ideologica quello universalmente più seguito, ne risulta che la «crazia» (potere, governo) del «demo» (popolo) è per successivi passaggi ridotta ai minimi termini. Minimissimi, pressoché a quota zero, a causa dell’assenza di vincolo di mandato fra rappresentati e rappresentanti. Infatti se la mia volontà - ovvero la quota di sovranità che delego a un parlamentare perché la gestisca a mio nome - viene contravvenuta, salta l’«a» dell’abbiccì della democrazia.
C’è un’altra osservazione, poi, sulla quale riflettere. La matematica è una gran bella cosa, offre certezze assolute. Ma i numeri stabiliscono anche dove sta la ragione, il buon senso, la verità, il bene collettivo? Se così fosse o quanto meno se così la si pensasse davvero, come mai non è ammesso il referendum, unico strumento di espressione diretta della volontà popolare, sulla pena di morte o, per scendere terra terra, sul Trattato di Maastricht? Forse perché la ragione della maggioranza non sempre è quella giusta, quella opportuna? Ma se è così, ed è così, salta anche la «b» dell’abbiccì della democrazia. Morale della favola, caro Ferrero, la democrazia è una finzione. Necessaria, utile, che ci teniamo stretta e guai a chi ce la tocca, ma sempre finzione. In base alla quale la maggioranza ha ragione anche quando ha torto e il popolo è sovrano senza disporre neanche d’una briciola di sovranità. Lei che mi dice, caro Ferrero, che non c’è niente di male? Va bene, d’accordo. L’importante è sapere come stanno le cose, poi possiamo anche girarci dall’altra parte e mangiarci in santa pace il panino con la Bologna.
Paolo Granzotto