La democrazia fa litigare i comunisti

Partito dei Comunisti italiani, atto finale della tragi-commedia: «I muti che parlano ai sordi». I primi, costretti al mutismo dai vertici, sono 95 «compagni» che un brutto giorno di un anno fa se ne andarono sbattendo la porta perché «in questo partito non c’è democrazia». I secondi sono i componenti della segreteria regionale, che su quelle 95 porte sbattute si tapparono le orecchie, radiando i dissidenti come a dire: «Non siete voi che ve ne andate, ma noi che vi cacciamo a pedate».
Ieri giustizia è stata fatta, per quel che vale. La Commissione nazionale di garanzia del partito ha accolto il ricorso di chi, come Attilio Rocca il tesoriere della storica sezione Levante «Mauro Morra» di via Isonzo, segnalava un’espulsione immotivata: «Come fanno a espellere chi non è più iscritto?». E infatti i garanti romani scrivono che i garanti liguri hanno «violato i diritti di difesa dei compagni, non informandoli preventivamente dell’apertura di un procedimento a loro carico. La radiazione è da considerarsi non avvenuta in quanto irrogata a persona all’epoca non iscritta al partito». Scrive Rocca: «Questo episodio è emblematico di un comportamento antidemocratico e falso. Anche il segretario nazionale Oliviero Diliberto sta “occultando” le dimissioni sempre più frequenti». Delusione e amarezza ma ieri il segretario ligure Enrico Vesco ha fatto spallucce: «Roma ha preso atto di un fatto che non cambia le cose. Sono contento che questi ex militanti siano fuori, visto che, facendo queste dichiarazioni a una settimana dalle elezioni, dimostrano la poca affezione alle sorti del partito».
La goccia che aveva fatto traboccare il vaso era stata proprio la decisione di assegnare a Vesco l’assessorato che spettava al Pdci in Regione. «Non c’è stato dibattito interno, questo partito esprime solo e sempre gli stessi nomi» accusarono i dissidenti. Se n’erano già accorti a gennaio, i 118 iscritti della sezione Levante. In vista del congresso provinciale si erano riuniti per eleggere i delegati. Uno ogni quattro iscritti, da Statuto. E invece subito prima la direzione aveva creato altre sei sezioni, poi aveva tracciato una linea su piazza Palermo imponendo a chi abitava in centro o a ponente di iscriversi altrove. «Ma lo Statuto non lega la sezione alla residenza - attaccarono i 95 -. È una mossa ad hoc per vietarci di avversare il segretario provinciale imposto da Roma, Giorgio Devoto». Giustizia è stata fatta ma non cambia nulla: Vesco fa il segretario regionale e l’assessore, Bianchi il consigliere regionale, Devoto il segretario provinciale.