La democrazia è un’idea a stelle e strisce

A cambiare, in effetti, è solo la persona verbale. «Gli americani avevano imparato a usare il nome del paese anche al singolare e non più solo al plurale, a dire “gli Stati Uniti è” invece di “questi Stati Uniti sono”». Sembra un dettaglio, ma non lo è. Come scrive Arnaldo Testi, il cambiamento rappresenta bene l’atto di nascita del moderno nazionalismo, che solo nella seconda metà dell’800 sbarca Oltreoceano. Il secolo degli Stati Uniti (il Mulino, pagg. 347, euro 20) racconta anche questo, soffermandosi sugli ultimi centotrenta anni di storia del Paese che più di ogni altro ha condizionato gli equilibri internazionali con la propria politica estera.
Su quest’ultimo tema è incentrato anche il libro di Mario Astarita: World Affairs (A&B, pagg. 88, euro 10), una sintetica analisi delle scelte geopolitiche degli ultimi quindici anni, dalla new vision di Bill Clinton alla new strategy di George Bush.
Del rapporto tra opinione pubblica e democrazia americana si occupa invece L’altro potere (Donzelli, pagg. 143, euro 20), il saggio a firma di Giovanna Cavallari e Giovanni Dessì. Attraverso il pensiero di quattro pesi massimi della filosofia contemporanea statunitense (Walter Lippman, John Dewey, Charles Wright Mills e Robert Dahl), i due storici passano in rassegna i rischi di una manipolazione del «quarto potere». Il discorso vale per gli Usa ma, in linea di massima, diventa applicabile a qualsiasi democrazia occidentale. E i pericoli sono molteplici: dall’indifferenza nei confronti della «politica-spettacolo» fino a una drastica riduzione della libertà di scelta. I politici europei sono avvisati.