La democrazia nasce perché ognuno ha un prezzo

«Ogni uomo ha un prezzo». Denis Verdini? No, Sir Robert Walpole, primo lord di Oxford. Dubito che la cosiddetta compravendita dei voti abbia un rilievo penale. Sono certo invece che ha svolto un ruolo storico di primo piano. Poiché è su questa massima che si è creata la modernità politica sotto forma di regime parlamentare e di bipartitismo.
Reduce dai grandi conflitti religiosi e dinastici, l’Inghilterra del Settecento è stata traghettata in un mondo fatto da una prosaica e ruspante dialettica di interessi. Da chi? Proprio da Walpole, universalmente accreditato come l’inventore della figura del primo ministro, inquilino di 10 Downing Street. La carriera di questo spregiudicato capo della fazione Whig non sfigurerebbe nella cronaca dei nostri giorni. Il salto alla ribalta della grande politica lo compie nel 1721, salvando dallo scandalo della «bolla dei mari del sud» i suoi due mentori, Lord Sunderland e Lord Stanhope. Si merita l’epiteto di maestro delle cortine fumogene, ma che importa? Conquista sul campo la leadership che esercita per vent’anni in parlamento con accordi e favori.
A leggere le cronache del tempo - da Swift a Pope, da Fielding a Johnson - sembra di sfogliare Repubblica e il Fatto: corrotto e corruttore, cinico, immorale, eccetera. Eppure la sua Inghilterra archivia le lotte teologiche che l’avevano lacerata ed entra nel mondo del business imperiale: quello che Adam Smith rappresenta in economia, Walpole lo impersona in politica. Quasi un secolo dopo la sua lezione di modernità fruttifica in America, il Paese che aveva ripudiato con la Rivoluzione la disinvoltura dei costumi politici della madrepatria per tornare alla purezza della classicità. Incredibile ma vero. Il tempio della virtù repubblicana dei padri fondatori si trasforma sotto Andrew Jackson in un’arena nella quale il partito che vince arraffa tutto per i suoi lealisti. Degenerazione del merito? Forse, ma la democrazia ne esce rafforzata.
Cosa voglio dire? Non mi fraintendete, nessun incoraggiamento alla licenza, ma solo la constatazione che nel nostro Paese, con due secoli di ritardo, si continuano a confondere tenacemente sfere dello spirito distinte tra loro: morale, politica, diritto. La retorica imperante è quella della virtù e dei valori, non quella degli interessi e del potere. Cui segue sistematica l’invocazione della sanzione penale come punizione e censura esemplare, come se sfiducia politica e impeachment criminale fossero alla fine la stessa cosa. Un bell’arcaismo che insieme alla demonizzazione del nemico attesta la perdurante arretratezza della nostra cultura politica, impelagata in un manicheismo ipocrita fuori dal tempo. L’Occidente ha fatto il suo ingresso nella modernità distinguendo teologia e politica: silete theologi in munere alieno! Quando sarà il turno dell’Italia?