La «democrazia» del pio Ferrero

U no dei primi atti del neosegretario di Rifondazione comunista Paolo Ferrero è stato una visita alla redazione di Liberazione, il quotidiano del partito. Visto che Ferrero dice di essere molto religioso, azzardo: più che una visita pastorale, è sembrata un'estrema unzione. Ai redattori preoccupatissimi per il futuro del giornale - a rischio chiusura dopo il taglio dei contributi pubblici - Ferrero ha risposto prima con un poco rassicurante «io credo che Liberazione debba vivere, ma non so bene quali sono i conti, dovremo ragionare sullo stato generale del partito», poi con un raggelante «capita spesso che alla festa di Liberazione qualcuno intervenga contro il giornale e tutti giù ad applaudire», il che equivale più o meno a un «se chiudete non piange nessuno».
Ma il vero capolavoro dell'intervento di Ferrero all'assemblea dei redattori, il punto sul quale vogliamo soffermare l'attenzione, è stato il momento in cui il neosegretario ha risposto a un giornalista, Stefano Bocconetti, che gli chiedeva: «Non credi che l'autonomia di Liberazione sia un valore, che le posizioni diverse siano stimolo per il partito?». «Penso - ha replicato Ferrero - che il giornale debba avere una sua autonomia dentro una linea condivisa».
Lascio al lettore interpretare che cosa possa essere «un'autonomia dentro una linea condivisa». Viene in mente Henry Ford che, quando lanciò sul mercato uno dei suoi primi modelli destinati a un pubblico di massa, annunciò che gli acquirenti potevano scegliere il colore che desideravano «purché fosse nero»; o la sorte che Hitler riservava ai generali ritenuti infedeli, ai quali faceva chiedere se preferivano la fucilazione o il suicidio.
Ma forse il linguaggio di Ferrero richiama ancor di più, per ipocrisia, quello di una certa vulgata democristiana d'antan, le convergenze parallele, l'«abbiamo deciso di decidere», il «non possiamo non escludere che». Insomma il dire e non dire. Dire che Liberazione, da giornale di partito qual è, deve piantarla con le sue ormai insopportabili posizioni eterodosse: basta con i dubbi sulla strage di Bologna, basta con le scuse alla Carfagna per le volgarità, basta con le critiche a Fidel Castro, insomma basta con tutto quello che aveva fatto del giornale di Sansonetti una voce interessante e vivace. Questo è il dire.
Il non dire, invece, sta nello stile curiale, in quel «debba avere una sua autonomia dentro una linea condivisa», che tradotto in parole semplici e oneste significa: siete un giornale di partito, state in linea. Ferrero ha diritto di pretenderlo. Non di riempirsi la bocca, però, di parole come «democrazia».