Una democrazia in regime di concorrenza

L’economista tedesco Hans-Hermann Hoppe analizza i mali dello Stato monopolista

Quando nel 1979 diede alle stampe Il testamento di Dio, Bernard-Henri Lévy affermò che «lo Stato democratico è uno Stato minimo: lo Stato del meno Stato possibile». Nel suo ultimo lavoro Democrazia: il Dio che ha fallito (Liberilibri, pagg. 486, euro 19) Hans-Hermann Hoppe adotta una prospettiva diversa, nella convinzione che la tesi secondo cui la democrazia sarebbe la via maestra per la protezione delle libertà individuali non sia proprio difendibile.
Secondo Hoppe, il fallimento del sistema democratico discende dal fatto che è in virtù di tale ordine istituzionale che nel corso degli ultimi due secoli le società di tradizione europea hanno visto progressivamente erose le libertà individuali. Un ordine politico che prometteva di liberare gli uomini ha - nella migliore delle ipotesi - favorito il successo di cleptocrazie fameliche e posto le premesse per un espandersi illimitato della tassazione e della regolamentazione, senza mai dimenticare (ovviamente) come i regimi totalitari del Novecento siano del tutto impensabili senza quella collettivizzazione del potere che l’avvento della democrazia ha implicato.
Già allievo di Habermas e poi «convertito» al libertarismo radicale da Murray N. Rothbard, in questo suo testo lo studioso tedesco ripropone tesi liberali assai classiche contro la democrazia. Egli sa bene che ciò che chiamiamo democrazia, in realtà, è lo Stato democratico: dove ciò che conta davvero non è l’aggettivo, ma il sostantivo. Ed egli è pure consapevole che con l’incontro tra la sovranità classica elaborata dalla coppia Bodin-Hobbes e la nuova comunità moderna (elaborata da Rousseau e ripresa da altri) il Politico ha finito per dilatarsi, assorbire potere, accrescere il proprio controllo sulla società. A scapito dei diritti dei singoli.
In Hoppe, però, c’è anche e soprattutto l’elaborazione di un argomento tutto suo. Seppure non confinabile all’interno di una delle scienze sociali, l’autore di Democrazia: il dio che ha fallito è un economista. Ed in quanto tale analizza acutamente il modo in cui, entro un sistema democratico, sono assunte quelle decisioni che più hanno conseguenze sulle libertà individuali. Egli rileva come nella democrazia si attribuisca agli uomini politici un potere sempre «provvisorio», che quindi li induce a ragionare secondo logiche a breve scadenza. In sistemi entro i quali il ceto dirigente è democraticamente eletto, la naturale tendenza di ogni uomo ad arricchirsi a danno degli altri porta il ceto politico a sfruttare al massimo la situazione. Da qui il clientelismo forsennato e la dilatazione della spesa pubblica.
Per questo motivo, Hoppe arriva a preferire l’antico monarca assoluto - immaginato quale «padrone» del regno, ed interessato a lasciare ai figli un capitale consistente - ai politici odierni che escono dal gioco elettorale e che hanno sempre buone ragioni per sfruttare al massimo il loro momento di gloria: senza preoccuparsi del futuro.
Che fare, allora? La proposta del pensatore tedesco è che bisogna tutelare quanto più è possibile la proprietà, anche per permettere lo sviluppo di istituzioni protettive concorrenti. Invece che uno Stato monopolista, che arroga a sé la facoltà di tassarci in maniera illimitata, Hoppe propone una molteplicità di agenzie assicurative che competano, cercando di ottenere i nostri soldi, e che si diano da fare per darci servizi di qualità e a basso prezzo. È la concorrenza tra governi, in definitiva, la ricetta che Hoppe propone (come già faceva Rothbard) ad un Occidente sempre più deluso dalle democrazie e ormai pienamente investito dai processi della globalizzazione in atto.