Democrazia , strade, asili e scuole: ecco i 7 mesi italiani in Afghanistan

Ieri passaggio delle consegne: il generale Graziano trasferisce il comando della Forza multinazionale ai bulgari

Giannino della Frattina

nostro inviato a Kabul

A Kabul c’è polvere ovunque, anche quando la neve che s’è appena sciolta rende tutto un immenso pantano. Al campo è una giornata importante. Senza esagerare una pagina di storia dell’Afghanistan che si gira. Cambio della guardia al comando della Brigata multinazionale. Dopo duecento giorni di missione Claudio Graziano, il generale degli alpini che guida la Taurinense, consegna la bandiera al capo della spedizione Isaf, il generale Mauro Del Vecchio, e la affida a un collega bulgaro. Quasi sette mesi alla guida di ventitré contingenti di diverse nazionalità e un bilancio che, se si guarda soltanto ai numeri, parla di 11mila pattuglie uscite di giorno e di notte di cui 3mila in collaborazione con la polizia locale e trecento insieme all’esercito afghano. Ogni ventiquattro ore almeno cinquanta ispezioni per il controllo del territorio, la ricerca di armi e munizioni, la raccolta di informazioni.
Uomini che parlano ventitré diverse lingue sono perfettamente schierati con le bandiere agli ordini del capo di stato maggiore colonnello Risi. Le note dell’inno afghano e il vento, che qui sull’altipiano non manca mai, agita il tricolore. E si scopre che anche i generali grandi e grossi si commuovono. «Un lavoro fondamentale - spiega Graziano -. Forse in questi mesi ci sono state le sfide più importanti per questo popolo: le prime elezioni libere, l’inaugurazione del Parlamento, la conferenza di Londra. Ormai il processo di pace è diventato irreversibile».
E imprescindibile la presenza della comunità internazionale. «Qui il 95 per cento della gente vuole la pace, un lavoro, una famiglia e una vita normale. L’Afghanistan - dice ancora Graziano - ha bisogno di una cornice di sicurezza per potersi sviluppare. E di non essere lasciato solo. Non ha ancora gambe abbastanza robuste per poter camminare da solo. E allora servono strade per muoversi e per far progredire l’economia, la cultura per dare un futuro ai giovani, la tecnologia per purificare l’acqua che qui c’è, ma per colpa di trent’anni di guerra è sprofondata nel sottosuolo».
Parole di un uomo che in questi mesi in tanti hanno apprezzato. Locali, autorità, militari di tutto il mondo. «Dobbiamo aiutare l’Afghanistan a uscire dalla spirale del terrorismo», la sua analisi ancor più profetica proprio mentre il fanatismo dei mullah scatena la gente inferocita per le vignette blasfeme. Per strada disordini e morti. «Se non li aiutiamo qui - spiega - i loro problemi li porteranno fin da noi e per farlo dobbiamo portare qui il sistema Italia. Siamo venuti con le divise, ma abbiamo anche costruito asili e due scuole, distribuito zainetti, diecimila stivaletti di gomma prima dell’inverno, tende e coperte a chi ne aveva bisogno, ambulanze per le donne gravide delle campagne. Portare aiuti significa anche conquistare la fiducia della gente. Dopo aver donato degli abiti, qualcuno del Paese ti rivela dove c’è un deposito d’armi. Questa è la sicurezza che tocca a noi cercar di assicurare. E bisogna farlo insieme a loro. In Mozambico ha funzionato. Poi ci vuole chi promuova lo sviluppo economico».
I pericoli più gravi? «I colpi di coda di chi vuole fare gli ultimi affari. Trafficanti di droga, signori della guerra, capi tribù, terroristi». Quanto tempo starete qui? «Ho salutato il sindaco e il capo della polizia locale - racconta Graziano -. Mi hanno detto che se ce ne andiamo prima di dieci anni, qui ricominciano subito a spararsi. Andare a casa? Bello, ma tra quindici giorni tornerà la voglia di partire».