«Il denaro? Ci distrae dalla vita»

Intervista con Salvatore Natoli docente di Filosofia teoretica all’Università di Milano Bicocca

Se anche il Times, giornale non proprio marxista, apre l’inserto della Cultura tuonando contro la finanza («Dobbiamo odiare i banchieri») e sbatte in pagina un’immagine di Gesù che scaccia i mercanti dal tempio, la faccenda si fa seria. Il Papa ha già ammonito: il denaro è nulla. Chi costruisce la propria vita sul successo, la carriera e i soldi costruisce sulla sabbia. Comunque la si pensi, credenti o no, il monito fa riflettere. Soprattutto in un Occidente opulento, abituato a misurare le persone con il metro della ricchezza e a calibrare la propria esistenza in funzione del guadagno e del successo. E ora che di denaro ce ne sarà meno in giro, che si fa? Saremo tutti più poveri, dicono gli analisti. Ma saremo anche tutti più infelici? Oppure, proprio perché i soldi non danno la felicità, questo terremoto ci aiuterà a riscoprire i valori veri della vita e quindi non tutto il male sarà venuto per nuocere?
«Dicono che il denaro non faccia la felicità, ma se devo piangere preferisco farlo sul sedile posteriore di una Rolls Royce piuttosto che su quelli di un vagone del metrò» diceva Marilyn Monroe. E la frase, se può apparire banale a una prima lettura, ha una sua intrinseca grandezza e profondità. Allora ci chiediamo: che rapporto c’è tra felicità e denaro?
Soprattutto lo chiediamo a Salvatore Natoli, professore di Filosofia teoretica all’Università di Milano Bicocca, autorità indiscussa su questi temi, a cui ha dedicato vari saggi: La felicità di questa vita. Esperienza del mondo e stagioni dell’esistenza (Mondadori, 2001), La felicità. Saggio di teoria degli affetti (Feltrinelli, 2003), La salvezza senza fede (Feltrinelli, 2006). Come si intuisce dai titoli, Natoli non è un credente. Anzi, è il propugnatore di un’etica che riesca a fondare una felicità terrena in contrapposizione alla tradizione cristiana.
Professore, lei che non crede a una trascendenza e quindi ricerca la felicità in questo mondo, come giudica il monito del Papa?
«C’è un fondo di verità nella parole di Ratzinger. La sua è una visione teologica, io ne do una visione antropologica. E cioè che noi uomini ci realizziamo nelle relazioni con gli altri, quindi molto più del denaro contano gli amori, gli affetti, il dono, la capacità di aiuto e di dedizione. Basta una malattia per dimostrarlo. Sono con Spinoza quando diceva “Homo homini utilissimus”, cioè l’uomo è utilissimo per gli altri uomini».
Esiste quindi un rapporto tra felicità e denaro?
«Le rispondo citando il De vita beata, dove Seneca sosteneva la realizzazione dell’uomo in una vita conforme il più possibile alla natura. Allora i critici gli contestarono di predicare la felicità delle cose semplici mentre godeva di grandi ricchezze e agi personali. Al che il filosofo rispose che il denaro in sé non è un male, dipende dall’uso che se ne fa».
Scusi, ma chi può giudicare se l’uso è buono o cattivo?
«Il denaro diventa cattivo quando si punta solo su di esso, perché ci fa perdere di vista il nostro benessere. La vita è ricca di dimensioni e di altri beni godibili come gli affetti, la cultura, la sensibilità, il rapporto con gli altri. L’avarizia è l’esempio tipico di un cattivo uso del denaro, che impoverisce e non arricchisce».
Quando i soldi finiscono di essere un mezzo e diventano un fine?
«Nel momento in cui arricchirsi diventa il fine dell’esistenza. Il segno di questo è credere che si possa comprare tutto. Invece alla fine anche cose molto preziose non si possono comprare. Per esempio lei può comprare il corpo di qualcuno, ma non il suo amore».
Qual è la vera ricchezza?
«Sono le relazioni tra gli uomini. La fiducia, l’amicizia. Aristotele diceva che gli amici non hanno bisogno di giustizia. Perché gli amici si proteggono l’un l’altro e in questi rapporti il denaro non c’entra».
Questa crisi ha riaperto il vecchio dibattito tra anticapitalisti (di destra e di sinistra) e sostenitori accesi del libero mercato. Secondo lei il denaro è davvero lo sterco del demonio, uno strumento di prepotenza e di sfruttamento di pochi su molti, oppure è il mezzo per dare benessere al maggior numero di persone?
«Che il denaro produca denaro non è un male, a patto che non si tradiscano le regole fondamentali dell’etica. Intanto bisogna proteggere il denaro di chi te lo dà perché tu lo investa. Poi bisogna che questo denaro venga investito non per distruggere il mondo, ma per creare ricchezza. Un uso perverso, sregolato e umorale della ricchezza è la speculazione, quando si crea una biforcazione tra la finanza che produce denaro e l’economia reale».
Anche lei contro la speculazione. Sembra di sentir parlare Giulio Tremonti.
«Più che Tremonti direi Schumpeter e Keynes».
Perché anche il Times tuona contro i banchieri? Non le sembra strano, per il giornale della City?
«Anzi, sono particolarmente d’accordo con il Times. Mi aspetto questi attacchi proprio da un giornale capitalista, che denuncia il marcio per salvare il capitalismo. Dobbiamo essere responsabili della nostra ricchezza in termini sia privati, sia pubblici».
Rimaniamo a Londra: nei Paesi anglicani il denaro ha sempre avuto un significato diverso rispetto ai Paesi cattolici. Da noi in fondo molti pensano che è più facile che un cammello passi per la cruna di un ago piuttosto che un ricco entri nel regno dei Cieli. Nei Paesi anglosassoni, al contrario, la ricchezza è una prova tangibile della grazia di Dio sulla terra. Citando Max Weber, il capitalismo può avere un’etica?
«Nello schema weberiano il denaro è visto come un’educazione all’ascesi. La tesi è che il denaro è sottratto all’immediatezza del consumo per essere investito. Il profitto è un denaro che crea a sua volta lavoro. E questo presuppone che l’impresa abbia continuità e circolarità: profitto, reinvestimento, lavoro, consumo. Non a caso Weber parla di Etica del capitalismo, perché il profitto genere lavoro e benessere e non è fine a se stesso. Altrimenti il capitalismo stesso fallisce».
Qualcuno ha inneggiato alla fine del capitalismo e del libero mercato, caldeggiando l’avvento di un nuovo pauperismo dove il denaro non condizioni più la nostra esistenza. Un mondo fondato sul baratto sarebbe più felice?
«Questa è un’utopia che non hanno neppure gli economisti della decrescita. L’unica cosa giusta è che nel baratto lo scambio corrisponde a cose reali, mentre il denaro, come abbiamo visto, può staccarsi dal bene materiale e diventare merce fine a se stessa. E lì iniziano i problemi».
Lei ha dedicato più di un saggio al tema della felicità. Le faccio la domanda impossibile: ha scoperto la formula per essere felici?
«Non esiste. Poveri o ricchi, la felicità non è un sentimento, è la capacità di realizzare se stessi in qualsiasi situazione. Noi in genere ne abbiamo una nozione occasionale (l’attimo fuggente) e passiva e per questo siamo infelici. Pensiamo di poterla trovare nelle cose, mentre è nell’azione. Non è nella dipendenza (dal denaro o altro, tipo le droghe), ma in ciò che siamo capaci di fare».