Il denim all'italiana sulla strada dei pionieri

Che futuro ha il jeans? A questa domanda ha cercato di rispondere un incontro organizzato giorni fa nelle sale del castello San Salvatore vicino a Treviso da Isko, il più grande produttore di denim al mondo. Presenti alcuni personaggi che hanno fatto la storia del jeans. Tra questi Elio Fiorucci, Adriano Goldschmied, Vladimiro Baldin, product development and style coordination director di Diesel. «Negli anni '70 le ragazze si strizzavano addosso il 501 di Levi's, un jeans da uomo, mettendo in evidenza le parti migliori del loro corpo» ha raccontato Fiorucci sottolineando il successo della nascente versione femminile di quell'indumento da lavoro rudemente maschile. «Ancora oggi la sfida è rimanere connessi con la young generation» ha spiegato Baldin aggiungendo quanto sia fondamentale il ruolo di lavanderie, stirerie e tutte quelle aziende che fanno il miracolo di trasformare il denim in un'opera d'arte. «Il mondo del denim ha bisogno d'integrazione tra chi sta a monte e chi sta a valle. Far dialogare tutta la catena» ha dichiarato Marco Lucietti, marketing director di Isko, 200 milioni di metri di tessuto all'anno e uffici vendita in più di 60 Paesi nel mondo che ha fatto trapelare ricerche in tema di accumulo d'energia nel tessuto - ricaricare per esempio l'iPad attraverso il jeans - o di un denim che non stinge.
Del resto quello del jeans è un mondo che per natura dovrebbe muoversi con spirito pionieristico. «Dobbiamo cercare nuovi valori per nuovi consumatori» sostiene Goldschmied e ci vuole insomma il coraggio e il gusto per la sfida che animarono Francesco Bacci, il produttore del primo jeans italiano che nel '52 andò a New York senza conoscere una sola parola d'inglese e stipulò una partnership con l'azienda produttrice di denim più qualificata, la Cone Mills Corporation, con la quale tuttora la sua Manifattura Sevebell di Campi Bisenzio intrattiene strettissimi rapporti. Nacquero così i Roy Roger's, i primi jeans italiani che portavano il nome del sarto americano che alla fine dell'800 girava di fattoria in fattoria a confezionare le salopette dei farmer in California. Una storia magnifica che oggi vede alla plancia di comando Patrizia Biondi, presidente e figlia del fondatore, con i figli Niccolò Biondi amministratore delegato e Guido Biondi direttore creativo e che è presente a Pitti con tutte le sue novità.
Ma al salone fiorentino il futuro si tocca con mano anche nella prima linea denim per uomo e donna firmata Blauer, il brand dall'azienda veneta FGF Industry. Ispirato al vigore del mondo della «Police» degli Usa ogni modello è dedicato a un distretto poliziesco americano. Jeans prodotti con lavaggi accurati e rifiniti in tutta la gamma dei blu; caratterizzati anche da un'ispirazione al classico scudetto Blauer sulla tasca posteriore. Fra i debutti fiorentini c'è anche quello di PRPS, brand americano nato nel 2002 da Donwan Harrel e amato da celebrity come David Beckham, Brad Pitt, Bruce Willis e il rapper Jay-z. Sinonimo di luxury denim dall'anima artigianale, vede la produzione in Giappone, a Okayama, in una realtà di stampo familiare; caratteristiche che rendono il denim giapponese più costoso. Viene utilizzato un cotone dello Zimbawe tra i più resistenti al mondo, tessuto su vecchi telai a spoletta degli anni Cinquanta per cui la tela è ottenuta in piccoli lotti presenta una texture unica.