La denuncia del capo della sicurezza dell'Eni: "Nostri pozzi assediati da Al Qaida e anarchici"

Parla Umberto Saccone, capo della sicurezza del gruppo: "In tutto il mondo dal 2009 abbiamo subito 49 attentati. Ci considerano un simbolo negativo della globalizzazione. in Libia la produzione è sospesa per l'embargo. Da gennaio abbiamo evacuato 373 dipendenti

Da Al Qaida agli anarchici: e nel mirino degli attacchi c’è sempre lui, il cane a sei zampe di Eni, simbolo del business petrolifero targato Italia. I dati degli attacchi a Eni in Italia e all’estero fanno impressione: 49 «atti ostili» in Italia dal 2009 ad oggi, 36 dipendenti rapiti qua e là per il mondo dal 2007. A fronteggiare gli attacchi, un ex 007: Umberto Saccone, colonnello dei carabinieri e poi capocentro del Sismi all’estero, dal 2006 capo della sicurezza di Eni.

I ribaltoni nei paesi arabi hanno cambiato lo scenario in cui vi muovete. Perché avete deciso di allontanare tutti i dipendenti Eni dalla Libia?
«Perchè non c’erano più le condizioni di sicurezza, che per noi sono una priorità. Il 18 marzo, in coordinamento con l’unità di crisi della Farnesina, abbiamo concluso le operazioni di rimpatrio. Oggi in Libia non abbiamo più nessuno. La produzione è sospesa, in applicazione dell’embargo decretato dalla coalizione internazionale. Le infrastrutture sono state messe in sicurezza in modo da riprendere la produzione appena la situazione lo permetterà».

Non è la Libia l’unico posto agitato, in quelli dove andate a estrarre petrolio.
«Abbiamo complessivamente diciassette aree di crisi. Dal dicembre 2010, è stato tutto un incendiarsi dal Marocco fino all’Iran, dall’Oman al Sudan. Da queste aree abbiamo evacuato da dicembre 373 persone. In Egitto e in Tunisia quando la composizione di un nuovo Stato ha preso forma li abbiamo riportati sul posto. Ma teniamo gli occhi aperti, perché non è detto che i paesi stiano andando verso una definitiva stabilità».

Come vivono i vostri dipendenti questo andirivieni?
«Sanno che quando li facciamo tornare in quei Paesi è perché siamo sicuri che la situazione si é tranquillizzata. Non ci assumiamo rischi non prevedibili e non gestibili».

Osama Bin Laden teorizzava l’attacco non ai pozzi, patrimonio del popolo arabo, ma alle infrastrutture, cioè proprio agli impianti di aziende come Eni. La sua uccisione migliora la situazione?
«Da anni il dibattito sui network della jihad globale afferma che colpire gli interessi petroliferi è la vera jihad economica, cioè il modo migliore per colpire gli infedeli. La morte di Osama non cambia lo scenario, il network jihadista ha cellule in Irak, nello Yemen, in Arabia Saudita, in Algeria, in paesi come Mali e Mauritania, fino all’Emirato islamico del Cucaso. Io credo che esista un testamento ideologico ed economico di Osama. Ma alla fine la leadership verrà presa da chi sarà in grado di meglio colpire gli infededeli e di finanziare tutte le altre Al Qaida di questo network mondiale».

Dei paesi dove Eni è presente qual è oggi il più rischioso?
«Indubbiamente il Pakistan, dove Al Qaida ha dimostrato possibilità oggettive di muoversi e di colpire. Noi però siamo presenti al sud e nella capitale Islamabad dove il territorio è presidiato dalle forze di sicurezza in maniera più capillare».

Quanto vi preoccupano gli attacchi che subite in Italia?
«Preoccupa l’impennata molto forte che c’è stata dopo l’avvio della “rivolta dei gelsomini” nei paesi arabi. Ma a Bologna e a Firenze sono state fatte operazioni di polizia che hanno immediatamente circoscritto questi fenomeni».

Perché tanti ce l’hanno con voi?
«Ci sono gli avversari della globalizzazione, i difensori dell’ambiente, i movimenti contro i consumi. Le aziende con una forte identità come Eni sono un obiettivo privilegiato. Noi con queste realtà cerchiamo il dialogo, ci confrontiamo, cerchiamo di capire le loro ragioni e di spiegare le nostre».

E vi stanno a sentire?
«Con molti di loro si riesce a ragionare, gli spieghiamo il tipo di impegno di Eni nei paesi in cui opera, ragioniamo con loro su come migliorare ancora».

Ma gli attentati continuano. Alcuni, evidentemente, non li avete convinti.
«Evidentemente i loro motivi reali sono diversi da quelli che professano».

Lei ha scritto un libro, «La security aziendale nell’ordinamento italiano», in cui affronta anche i rapporti tra la security delle aziende strategiche e i servizi segreti. Come sono le vostre relazioni con la nostra intelligence?
«La partnership tra pubblico e privato è la migliore risposta a quanto sta accadendo nel mondo. I nostri rapporti con i servizi di informazione italiani sono ottimi, d’altronde abbiamo un obiettivo comune che è la creazione di maggiore sicurezza per tutti».

I nostri servizi segreti dovrebbero difendere la collettività. Voi vi occupate della sicurezza di una azienda privata. Che garanzie ci sono che le informazioni di cui entrate in possesso siano usate solo a difesa degli interessi pubblici?
«La risposta è semplice: le strutture di Eni approvvigionano energia al paese, e sono soggette al segreto di Stato. Lo Stato deve tenere salde le proprie prerogative. Ma tra queste c’è anche la difesa del proprio potenziale difensivo, di cui strutture come le linee di approvvigionamento energetico sono una componente indispensabile. Quindi è naturale che la tutela dei nostri asset avvenga sulla base di una integrazione tra i nostri dispositivi di sicurezza e quelli dello Stato».

Lei stesso è stato a lungo uno 007. Che differenza c’è tra il suo lavoro di allora e quello di oggi?
«L’approccio di fondo è lo stesso: un operatore dell’intelligence è uno che si colloca prima degli eventi, perché quando gli eventi si verificano vuol dire che lui ha già perso».