«Denunciai alla polizia i kamikaze di Londra»

Erica Orsini

da Londra

«Diedi alla polizia i nomi di due degli attentatori del 7 luglio. Era l’autunno del 2003». Ad affermarlo ieri, in un’intervista esclusiva per il quotidiano inglese The Guardian, è Martin Gilbertson, 45 anni, esperto di informatica, originario di Blackpool ma da tempo residente nello Yorkshire. Dopo le rivelazioni dei servizi segreti americani, arriva anche la sua testimonianza, forse quella più inquietante. Gilbertson racconta infatti di aver lavorato per anni assieme a un gruppo di estremisti islamici e di aver conosciuto Mohammed Sidique Khan e Shehzad Tanweer, due dei terroristi coinvolti negli attacchi londinesi. Afferma di averli denunciati alla polizia che però non si è fatta sentire se non con una telefonata avvenuta appena nel 2005, nei giorni immediatamente successivi alla tragedia.
L’uomo ha incontrato per la prima volta i terroristi a Beeston, un sobborgo degradato di Leeds, nel settembre del 2001, nel corso di una festa organizzata per celebrare gli attacchi alle Torri Gemelle di New York. A causa di tutta una serie di difficoltà personali che l’avevano messo a terra e soprattutto - dice lui - perché aveva dei figli da sfamare, Martin accetta di lavorare per i gestori di alcuni centri di aggregazione musulmani frequentati dai loro membri più radicali. La sua esperienza nel settore dei computer viene utilizzata dalla scuola della comunità di Leeds, dalla libreria islamica Ikra, dalla «palestra Al Qaida» e dal centro giovanile di Hamara. Il signor Gilbertson - che è stato tra l’altro anche un ex motociclista della Hell’s Angel - confessa al Guardian di aver prodotto, tra il 2001 e il 2004, video di propaganda anti-occidentale, predisposto sistemi di sicurezza per siti web, criptato e-mail. «A un certo punto però - afferma - mi sono talmente spaventato per quello che stavo facendo, che nell’ottobre del 2003 mi sono presentato alla stazione di polizia locale dicendo che avevo del materiale e una lista di nomi da consegnare all’antiterrorismo». Tra quei nomi c’erano anche quelli dei due attentatori del 7 luglio.
Sempre secondo il suo racconto, la polizia avrebbe preso in consegna tutto il materiale e l’avrebbe spedito, per posta, al quartier generale della polizia nel West Yorkshire. Qui le tracce della segnalazione di Gilbertson si perdono nel nulla. L’uomo non avrà più alcuna notizia da parte della polizia, tantomeno dei servizi antiterrorismo. Tutto il suo materiale sembra essere stato inghiottito da un enorme buco nero. E la polizia del West Yorkshire interpellata dal Guardian conferma candidamente di non sapere praticamente nulla di questa storia. «Sarà difficile ricostruire che cosa è successo a un singolo pacco postale - spiega un portavoce - e altrettanto impossibile dire se queste informazioni sono arrivate fino al sistema principale dei servizi o se invece sono state deviate a un livello più basso dell’intelligence». Scotland Yard per ora non rilascia commenti anche se conferma che un numero di telefono in possesso di Gilbertson corrisponde effettivamente a quello di un agente dell’antiterrorismo. In ogni caso, nessuno saprà mai se qualche funzionario della polizia britannica ha preso in seria considerazione gli avvertimenti di Gilbertson. A giudicare da quanto è accaduto dopo, sembrerebbe proprio di no.
«Avrei voluto conoscere qualcuno nei servizi - racconta al giornale Martin -, probabilmente avrei potuto fare qualcosa prima che le bombe scoppiassero». Invece verrà contattato dagli agenti soltanto qualche giorno dopo la strage del 7 luglio. Gilbertson stava guardando la televisione e sorseggiando una birra quando apprese delle esplosioni nella metropolitana e sull’autobus. «Scommetto che questi vengono da Beeston», aveva detto a mo’ di battuta, senza immaginare nemmeno lontanamente quanto vicino fosse alla verità.