Depardieu, un novello Maigret per la regia di Chabrol

Berlino Giornata francese nella città tedesca che ospitò gli esuli ugonotti sotto il regno di Federico II. Al Festival di Berlino, Claude Chabrol ha presentato fuori concorso Bellamy, con Gérard Depardieu, tratto da una sceneggiatura sua e di Odile Barsky. Ma è una sceneggiatura «alla maniera di». Infatti «volevo rendere omaggio a Georges Simenon e a Georges Brassens», mi dice il regista. E aggiunge: «Depardieu stesso è un personaggio di Simenon».
L'attore non è venuto al Festival per confermare o smentire. Ma il suo ruolo è quello d'un commissario che ogni anno passa le vacanze presso la famiglia della moglie (Marie Bunel), perché non ama viaggiare. E qui viene in mente Maigret, anche lui prediligeva coste meno assolate che quelle mediterranee di Nîmes. Però anche le vacanze in casa di famiglia possono essere movimentate per un commissario, se i parenti hanno vite complicate... riprendendo l’ambiguità tipica dei personaggi dei romanzi di Maigret, Chabrol tesse una commedia a sfondo criminale dove nessuno, neppure la moglie del commissario, è come sembra. Ognuno ha qualcosa da nascondere, per questo ognuno è più interessante di quel che sembra.
Un poliziesco è anche In the Electric Mist (Nella nebbia elettrica) di Bertrand Tavernier, che invece è in concorso. Tratto da un romanzo di James Lee Burke, girato in lingua americana con accento cajoun, ha come personaggio Dave Robicheaux (Tommy Lee Jones), sceriffo contemporaneo di una contea paludosa della Louisiana. Scopre una serie di delitti, avvenuti mentre si sta girando un film, finanziato da un malvivente (John Goodman) d'origine italiana. Conoscendo Tavernier, la ricerca del colpevole serve solo a dare un quadro dei rapporti di classe e di razza. E fin qui tutto è chiaro; un po' meno lo è la componente gialla.
La polizia, quella francese stavolta, appare - ma non in bella luce - anche in Welcome (Benvenuto) di Philippe Lioret, presentato nella rassegna «Panorama» e ambientato a Calais, ma quasi interamente recitato in inglese da Vincent Lindon e Firat Ayverdi: il primo è un ex nazionale di nuoto, ridottosi a fare l'istruttore in piscina; l'altro è un giovane curdo iracheno, deciso a raggiungere la ragazza, sempre, curda che vive già legalmente a Londra, ma fermato dalla polizia di frontiera. Comincia un'amicizia e un brevissimo allenamento per raggiungere - a nuoto - la costa inglese...
Nel ricondurre il dramma sociale dell'emigrazione clandestina in Europa a un dramma individuale, Lioret ha saputo toccare la corda del cuore e rappresentare senza esagerazioni il risvolto della xenofobia, che è poi la paura verso chi è spinto da un'altra paura. Non per questo si devono aprire le frontiere a chi non ne ha diritto, ma la tragedia - come sempre - non è quando c’è chi ha torto e chi ha ragione, ma si oppongono due ragioni egualmente rispettabili: quella di chi ha sudato ciò che ha contro quella di chi, a sua volta, vuol avere qualcosa. Ogni semplificazione, che riduca l'immigrato clandestino all'invasore o che lo promuova a liberatore, sfocia nell'utopia oggi, nel sangue domani. Con Welcome, titolo ironico, Lioret ha colto l'essenza del problema.