Depeche Mode: il 18 febbraio saremo a Milano

da Milano

Bastano i particolari, mica ci vuole altro. Riecco i Depeche Mode, il gruppo inglese - sono dell’Essex, zona grigia assai - che è riuscito a essere prevedibile sono nelle sue vicende personali (droga, depressioni, overdose, contrasti) perché quando si è limitato a suonare ha messo in riga una serie di successi (da Personal Jesus a Enjoy the silence) che sono diventati l’abc dell’elettropop. «Siamo riusciti a resistere - hanno spiegato a Milano loro tre, ossia Andy Fletcher, Dave Gahan e Martin Gore - solo perché non abbiamo mai avuto grandi fallimenti: i nostri album hanno sempre venduto molto bene». Ma non è solo questo: e quando, in questa saletta di un albergo milanese, Martin Gore versa l’acqua nei bicchieri dei suoi compagni, così quasi dolcemente, si capisce che i tempi cupi son passati e i Depeche Mode sono ritornati in equilibrio. Il loro ultimo ciddì, che si intitolava Exciter ed è uscito nel 2001, aveva fatto l’en plein: due milioni di fan lo hanno comprato e più o meno gli stessi hanno poi seguito la gigantesca tournée che con 85 concerti ha fatto il giro del mondo. E nella loro storia, così il quadro è completo, i Depeche Mode hanno venduto cinquanta milioni di copie e hanno avuto 38 canzoni in classifica. Però stavolta tocca a Playing the angel, che uscirà a metà ottobre giusto prima di un’altra mitragliata di concerti (a Milano il 18 febbraio al Forum), e che ha il compito di mantenere il gruppo sulla carreggiata giusta. Come il solito il ciddì garantisce quell’elettrocupezza che da venticinque anni è il loro biglietto da visita e, come il solito, loro si impegnano a sminuirne l’importanza: «Nella nostra musica c’è anche ottimismo e speranza. Questa volta siamo entrati in studio d’incisione con le canzoni quasi pronte e il merito è anche del fatto che stiamo molto bene insieme. Sta a vedere che diventiamo i nuovi Rolling Stones».