Depeche Mode, il rock che vince senza gossip

Milano Presi così, sono tre tipi normali. Quasi british, si direbbe. Dave Gahan è il più elegante; Andy Fletcher si nasconde sotto un cappellaccio di lana molto trendy; Martin Gore è quasi pacioso, sorridente, molto inglese di quelli che a metà pomeriggio sono già al pub a parlare di calcio (lui è tifoso del Chelsea: «Abbiamo dato una bella lezione alla Juve eh!»).
Eppure insieme sono i Depeche Mode, proprio così, quasi cento milioni di dischi venduti e quasi trent’anni di vita, l’unico grande gruppo oltre agli U2 capace di sopravvivere agli anni Ottanta senza finire all’ospizio del rock (ma passando spesso dall’infermeria). Sono a Milano seduti esattamente dov’erano seduti quattro anni fa: saletta del Park Hyatt Hotel a due passi dal Duomo. L’occasione è la stessa: presentazione del nuovo cd Sounds of the universe che uscirà a metà aprile (il singolo Wrong è già in radio) e dei due concerti che terranno il 16 giugno all’Olimpico di Roma e il 18 al Meazza di Milano. «È stato un album facile da realizzare, grazie a tante ispirazioni e a una gran voglia di sperimentare» dicono loro prima di rispondere all’inevitabile domanda: «Noi in uno stadio con il nostro tipo di musica? Questo è un modo vecchio di vedere le cose. Lo pensavamo anche noi prima di suonare al RoseBowl di Pasadena: ma poi il nostro impatto non ne ha risentito». I Depeche Mode, si sa, hanno sublimato l’elettropop, una sorta di pop molto ritmato e aggressivo con venature scure. Se ci fosse una trasposizione grafica della loro musica, potrebbe essere simile a un quadro di Sironi visto in penombra. Riescono, loro che sono molto eleganti anche sul palco e curatissimi, ad avere un impatto selvaggio anche solo appendendosi al gioco sincrono delle tastiere e all’incedere chirurgico della batteria. E pensate come suonano in questo nuovo album, in cui Dave Gahan debutta come autore di tanti brani ed è «molto più parte della band». In studio di incisione hanno utilizzato - lo dicono con orgoglio, finalmente - «sintetizzatori di prima generazione, drum machine, chitarre e pedali acquistati su eBay come fa un ragazzino qualsiasi». Insomma, Sound of the universe è un disco «quasi vintage» a dimostrazione che forse è finita, o sta per fortuna finendo, l’era delle tecnologia a tutti i costi, imposta dall’euforia per il progresso e, soprattutto, da una drammatica carenza di idee, questa sì globale. Insomma, dopo aver suonato per tre milioni di persone in tutto il mondo nel corso dell’ultimo tour, i Depeche Mode ritornano come se niente fosse: carichi come pivelli al primo giro di roulette. E volete trovare una differenza con gli altri grandi gruppi rock? Eccola: l’immagine. I Depeche possono (abbastanza) tranquillamente girare per la strada senza essere pedinati dai fan, hanno una vita libera a piacimento e non sono mai stati schiavizzati dalle esigenze di look, di gossip, di visibilità a tutti i costi. Suonano e hanno un gran successo per merito delle loro canzoni. Punto.
Bisogna aggiungere altro?