«Depero portò l’arte nella vita e anticipò di 50 anni Warhol»

Pietro Vernizzi

«Gli arazzi di questo artista hanno colori incredibili e tagli modernissimi. La loro collocazione ideale è all'interno dei grattacieli, insieme al vetro e all'acciaio. Il critico americano Christian Brinton presentava così nel 1929 le opere del pittore futurista Fortunato Depero, 36 delle quali saranno ospitate da domani al 28 aprile nella galleria Artetadino 6.
Dall'arazzo Pellicani, cui si riferiva Brinton, ai giocattoli futuristi come l'Elefantino bevitore del 1923. Insieme a manifesti pubblicitari, tra cui quello del Dado pietanza, e il bozzetto di Città bassa, realizzato dopo la visita nella Down town di New York, dove visse a fine anni '20.
«Depero era molto amico di Giacomo Balla - rivela Maurizio Scudiero, autore del catalogo della mostra e consulente per il futurismo alla Yale university -. La loro idea era portare l'arte nella vita di tutti i giorni e, per questo, iniziarono a occuparsi di opere applicative. Cuscini per esempio, che adesso sono consumati perché la gente ci si sedeva sopra davvero, o giocattoli, con cui i bambini effettivamente si divertivano. Ma anche il padiglione del libro alla Fiera di Milano del '27. Depero fece costruire delle lettere cubitali, al cui interno inserì le varie sale, mentre grazie ad altre lettere più piccole fece gli scaffali per i libri».
Depero era anche attento all’aspetto commerciale delle sue opere?
«Sì. Era un Trentino della val di Non, i cui abitanti sono noti per il fatto di competere con i genovesi quanto a parsimonia. Riuscì a vendere l'arazzo Guerra-festa alla Galleria d'arte moderna di Roma per 40mila lire, che all'epoca erano una somma considerevole, e scrisse alla moglie in stile telegrafico: "Rosetta, ho incassato le 40mila lire dell'arazzo. E non dico altro!". Quando fece Pellicani, ricavò gli uccelli da un panno di stoffa azzurra, riutilizzando la parte esterna del ritaglio come contorno per altri pellicani di colore rosso, cui dedicò un secondo arazzo».
Li faceva in serie...
«Sì, e in questo senso anticipò di 50 anni le opere d'arte seriali di Andy Warhol. Anche se quella di Depero non era una serialità industriale, bensì artigianale: ogni lavoro era unico pur nella molteplicità delle realizzazioni. Ciò aveva anche dei risvolti curiosi. Ai suoi assistenti insegnava a fare gli arazzi in tre versioni: una normale, una così così e una "d'avanguardia"».
Eppure Depero è meno famoso dei primi futuristi. Perché?
«Contro di lui c'è un pregiudizio ideologico che dura da diverso tempo. Nel 1969, nove anni dopo la morte, gli fu dedicata una mostra epocale a Torino. La speaker della radio nel dare la notizia esordì senza mezzi termini: "Depero era un futurista, quindi un fascista". È per questo che la critica continua a pensare che il futurismo abbia prodotto opere interessanti solo fino al 1920 e poi ci sia stato il vuoto. Le cose non stanno affatto così: portando l'arte nella vita, Depero ha realizzato quello che Filippo Tommaso Marinetti aveva soltanto teorizzato».