Depositata la superperizia affidata a due dei massimi esperti mondiali di balistica. Ma gli avvocati del sospettato attaccano: prove insufficienti per un processo «Unabomber ha usato le forbici dell’ingegnere» L’attrezzo sequestrato a Elvo Zornitta ha

«Al di là di ogni ragionevole dubbio» le forbici sequestrate all’ingegner Elvo Zornitta sono quelle che hanno tagliato un pezzo del lamierino metallico usato da Unabomber per confezionare una delle sue trappole esplosive. L’avevano individuato le prime analisi del Laboratorio indagini criminalistiche (Lic) della procura di Venezia; l’avevano confermato i Ris di Parma; l’avevano ribadito gli esperti della polizia scientifica. Il gip di Trieste Enzo Truncellitto aveva disposto una nuova perizia, la quarta, con esperti estranei agli inquirenti: il bresciano Pietro Benedetti, ex direttore del banco di prova nazionale delle armi di Gardone Valtrompia, e Carlo John Rosati, capo del «Firearm and toolmarks examiner» dell’Fbi. Dalle 14 di venerdì il fascicolo (43 pagine, 363 fotografie) è sul suo tavolo. E le conclusioni convalidano le analisi precedenti ordinate dai pubblici ministeri.
Dopo 13 anni, i magistrati di Venezia e Trieste che indagano sull’inafferrabile bombarolo del Nordest per la prima volta cantano vittoria. Nicola Maria Pace, procuratore distrettuale antimafia della città giuliana, parla di «prova del nove». Ennio Fortuna, procuratore generale di Venezia, assicura che «è raro trovare una perizia che si spinge in questi termini di certezza» e annuncia che nel vertice tra gli inquirenti fissato per martedì 16 «si valuterà anche la necessità e l’opportunità di proseguire con ulteriori eventuali indagini». Come dire che il caso è chiuso, tanto più che il summit di martedì «deciderà anche il destino del pool interforze». Cioè, fine della caccia al pazzo che semina ordigni in spiagge cimiteri e supermercati, li nasconde in uova e maionese, li fa esplodere in mano a vecchi e bambini. Bombe che hanno ferito decine di persone, seminato la paura tra il Veneto orientale e il Friuli, umiliato per anni gli investigatori e costretto lo Stato a spendere somme enormi in indagini che, senza quel paio di forbici, sarebbero prive di sbocchi.
Lunedì 22 la super-perizia firmata dalla coppia Benedetti-Rosati verrà discussa davanti al gip Truncellitto in sede di incidente probatorio: si dovrà cioè decidere se trasformarla in un elemento di prova da esibire in un eventuale processo. Il grande sospettato, l’ingegnere cinquantenne di Azzano Decimo (Pordenone) su cui da tre anni si concentrano le indagini, non perde però la sua tranquillità e i suoi legali (Maurizio Paniz e Paolo Dell’Agnolo) annunciano «novità straordinarie» dai controesami che verranno depositati la prossima settimana, oltre a giudicare insufficiente una prova come il «toolmark» (il confronto fra le impronte lasciate da utensili da taglio) per processare un indagato.
Nella manica la difesa di Zornitta avrebbe un asso regalato dagli stessi inquirenti: le forbici, la «prova regina», l’arma che doveva incastrare il sospettato, sono state danneggiate nel corso delle numerose comparazioni al microscopio. I superperiti hanno infatti accertato che «le forbici da elettricista a lame dritte, marca Valex, sequestrate in data 24 marzo 2006 a Zornitta Elvo», che si identificherebbero con quelle «utilizzate per tagliare il lamierino dell’ordigno rinvenuto il 1° aprile 2004 nella chiesa di Sant’Agnese a Portogruaro», hanno subìto un deterioramento. L’allentamento di una vite non avrebbe reso possibile il riscontro fra due profonde microstriature rilevate sui reperti.
Gli esperti indicano anche in quale dei tre laboratori sarebbe avvenuta l’alterazione: in quello della Scientifica in via Tuscolana a Roma, intervenuti dopo il Lic di Venezia e i Ris di Parma. E dagli ambienti investigativi filtra il disappunto per la leggerezza con cui qualche collega avrebbe trattato reperti così preziosi. Oltre a ciò, le perizie del Lic e dei Ris divergevano sulla valutazione dei segni lasciati su un lato del lamierino: per il primo non c’erano dubbi, mentre per gli esperti dell’Arma la superficie metallica era troppo piccola per esprimere un giudizio.
Benedetti e Rosati però non sono troppo preoccupati. Pur avendo in mano un reperto deteriorato, sono convinti che le restanti comparazioni offrano garanzie oltre ogni dubbio. Il gip aveva posto loro due quesiti: se il lamierino d’ottone trovato nell’ordigno inesploso recasse tracce di utensileria e se queste tracce potessero essere ricondotte con certezza alle forbici sequestrate nel capanno degli attrezzi di Zornitta, poco lontano dalla sua casa nel Pordenonese. Gli esperti potevano decretare l’identità, potevano non escluderla, oppure negarla del tutto. Hanno scelto la prima opzione.