Il "depresso" Leonard Cohen a 76 anni ha imparato a ridere

Mercoledì in scena a Firenze, il 14 esce il cd/dvd <em>Songs from the road</em>.
Le tante vite di un artista solitario: &quot;Cantavo a stento. E odiavo
tutti&quot;

La voce è un rantolo, un rantolo al tempo stesso aspro e caldo che sbuca dai sotterranei dell’Io, e del resto i suoi versi sono già musica senza la musica. Leonard Cohen, 74 anni ma sempre giovane per virtù di poesia, è ancora oggi il padre putativo dei cantautori dark e un uomo fuori del comune che ama la transitorietà. La sua nuova vita - dopo 15 anni di assenza dal palco - ora è fatta di tournée; non un «never ending tour» come quello dell’amico-rivale Dylan, ma un continuo diffondere «il verbo» per poi fermarne i momenti magici su disco, come Songs From the Road (in uscita il 14 settembre), il cd-dvd-blue ray che racconta il suo giro mondiale di concerti del 2008-2009, o Bird On a Wire, il film di Tony Palmer che uscì nel ’74 in pochissime copie, poi sparì ed ora torna in dvd (per comparare il vecchio e nuovo Cohen). Ora lui è di nuovo on the road e mercoledì toccherà l’Italia con un’unica data, in piazza Santa Croce a Firenze, per chiudere l’«Estate fiorentina» con la nobiltà delle sue storie-canzoni. Cohen è qui - è passato in questi giorni da Irlanda, Norvegia, Francia ecc - in un trionfo di pubblico e di critica, e starà in Europa fino ad ottobre. Col suo abito nero e l’inseparabile Borsalino è una sorta di Mark Twain moderno che nel 1962 esordì col romanzo Il gioco preferito per poi «convertirsi» al cantautorato d’impegno. È in quel libro che si trovano i germi della sua opera, con un background che si allunga dalla Bibbia ai maestri beatnik e il culto della poesia come «musica della parola». È lì che nascono capolavori, ancora oggi l’ossatura dei suoi spettacoli, come la dolente There’s No Way to Say Goodbye (utilizzata per un noto spot tv e da molti confusa con Suzanne per la melodia molto simile), Dance Me to the End of Love, Famous Blue Raincoat, I’m Your Man, Ain’t No Cure For Love, l’epica Hallelujah: intreccio di vissuto e azzardo visionario, confuso senso religioso (l’ebreo canadese che finirà in un monastero buddhista) insidiato da una liberatoria e golosa carnalità. «Ho ricevuto il titolo di poeta - dice oggi - e forse lo sono stato per un po’. E il titolo di cantante mi è stato gentilmente attribuito anche se a stento ero capace di intonare un motivo, odiavo tutti ma fingevo di essere generoso e nessuno mi ha mai smascherato».
Anzi, paradossalmente è sempre più popolare, complici gli arrangiamenti dal vivo moderni, a tratti ammiccanti, con tanto di coriste e di ariose uscite rock e pop. Ma lui, nonostante tutto non indossa maschere; è un depresso sardonico che sa ridere delle cose tragiche, raccontare storie «da domenica mattina col sole» ma soprattutto parlare alle coscienze dal buio dell’anima. Il nuovo Cohen (nella sua terza, quarta o quinta vita) sa anche ridere sul palco, e canta il mondo col quel distacco poetico che lo rende più comprensibile a tutti pur tuonando, in A Singer Must Die: «Ora l’aula è tranquilla ma chi confesserà/È vero che ci hai tradito? La risposta è sì/Poi leggetemi la lista dei miei crimini/chiederò quella pietà che il vostro amore mi negherà/E tutte le signore piangeranno ma il giudice non ha scelta/ Un cantante deve morire per le bugie della sua voce».
First We Take Manatthan, In My Secret Life, The Partisan, Waiting For a Miracle sono storie sempreverdi di un’esistenza senza picchi alla ricerca di qualcosa (cosa?) in cui rinascere uomo vero e completo. Da lì convergenze e divergenze con Bob Dylan e la lunga esperienza mistica in un monastero Zen. Con Dylan il primo incontro è del 1967; l’ebreo del Minnesota populista che canta la nuova società e quello canadese individualista che - come L’uomo invisibile di Ralph Ellison - è in cerca della sua identità in un mondo che non riesce a comprendere. Con Dylan, Cohen condivide ancora il motto «Non c’è niente che possa prendere da voi se non una coscienza inquieta». La coscienza inquieta che lo porta in ritiro sul Monte Baldy, dove con il maestro ultranovantenne Seasaky Roshi «ritrova la pace dello spirito e il gusto dell’alcol». Anche in monastero Cohen è un alieno in eterna lotta con la sua forza e la sua debolezza. Tanti anni in isolamento, rapito dalla fede...Poi di colpo tutto passa; se ne va dal convento e nella poesia Partenza dal Monte Baldy scrive: «Sono sceso dal monte dopo anni di studio e rigorosi esercizi. Ho lasciato i vestiti appesi ad un gancio nella vecchia baracca dove avevo passato tanto tempo a sedere, dormendo poco. Alla fine ho capito di non avere il minimo talento per le Questioni Spirituali». Troppe donne, alcol, troppo tormento interiore per un monaco; così, tornato sulla Terra è passato alla fase «Borsalino», a quella dei concerti più «rilassati» (con l’aggiunta comunque di brani forti come Feel So Good, Born In Chains, The Darkness che lo trasforma in novello bluesman), musicalmente più comprensibili ad un pubblico più vasto, anche se lui è sempre in cerca del bandolo tra il proprio passato, presente e futuro. Elabora sul palco testi di Keats e di Lord Byron e dice che «ha chiuso il libro dei desideri ed è passato alle cose di tutti i giorni, quelle piccole cose che fanno grande la vita». Almeno fino alla prossima trasformazione.