La deputata mamma di tre kamikaze «Non spetta a me chiedere la pace»

Parla la palestinese che ha accettato che i suoi ragazzi diventassero attentatori suicidi e che è stata eletta nelle file di Hamas: «Il potere non mi consola»

Gian Micalessin

da Gaza

L’ultima volta fu 21 mesi fa. Rawad era qui su questo stesso divano. Al mio fianco. Lei era davanti. Stesso identico salotto. Stesso ovale di pallida, cupa, disumana tristezza. Stesso volto esangue in un velo bianco. Rawad Farhat guardava mamma Mariam. L’ascoltava. Con orgoglio. «Sono pronto», gridavano i suoi occhi di quattordicenne. «Sono pronta, ma non ora - sussurrava lei -, i ragazzini non possono morire. A Rawad l’ho insegnato, ma non lo permetterei. Chi va al martirio deve essere consapevole. Deve costruire la propria scelta. Le altre mie due creature lo sapevano. Io lo sapevo. Li avevo visti tirare i sassi, prendere i fucili, tirare le prime bombe a mano. Quando Mohammad l’ha chiesto gli ho solo detto sì. Quando è venuto il tempo di Nidal ho solo ringraziato Dio per avergli regalato il martirio».
Il tempo di Rawad è arrivato lo stesso. Mamma Mariam Farhat prima di essere eletta in Parlamento nelle file di Hamas, prima di compiere 61 anni, ha regalato alla causa la sua terza creatura. Socchiude gli occhi. Sospira. «Era il 24 settembre, Rawad salì su quell’auto, doveva andarci un altro, ma lui era un predestinato. L’avevo sognato martire quando l’avevo ancora nel grembo». Un missile israeliano alla caccia dei militanti s’infilò nel tetto dell’auto in fuga. Chiuse il cerchio del destino.
Oggi mamma Farhat, o Umm Nidal, come la chiamano tutti, è la donna icona di Hamas nel nuovo Parlamento. Tre figli donati alla causa. Uno Uissam appena tornato a casa dopo 11 anni di prigione. Un quinto, Mo Men, azzoppato quando una pioggia di bombe incenerì lo sceicco Ahmed Yassin. Eppure lei, fantasma in tunica grigia, non molla. «Se puoi servire il popolo non devi tirarti indietro, sono un simbolo della guerra santa, non posso rinunciare, non vado in Parlamento per scrivere leggi o per comandare, ci vado per aiutare chi ha bisogno».
Quello di Umm Nidal è un dolore senza dubbi. Senza incertezze. Senza tenerezze. Il timore di aver barattato il sacrificio di tre figli per una manciata di voti neppure la sfiora. Non la offende. «Cosa dovrei cercare, cosa mi può dare la vita, cosa mi può consolare? Il potere no di certo. Sarò in Parlamento per aiutare i prigionieri, mi batterò per la loro liberazione. Lotterò per l’educazione dei bambini. Chiederò più impegno per disabili e malati». Ma la pace, la fine della lotta armata, la fine delle sofferenze neppure lei può chiederla. Neppure quelle tre creature sorridenti in tre cornici dorate gliene danno diritto. «Spetta ad altri», ammette Umm Nidal. «Dobbiamo aver fede nei nostri capi, solo loro hanno la saggezza per decidere. Solo loro possono dirci se è il tempo della Jihad o quello della politica».
Lei magari vorrebbe qualcos’altro, ma un simbolo non dispone. Un simbolo non decide. Un simbolo regala solo dolore. Distribuisce rabbia e passione. Suo marito l’ha sepolto un anno fa, bruciato dal crepacuore. Lei no. Lei tira avanti. Un automa consumato dalla molla della disperazione. «Vorrei anch’io la pace. Vorrei i miei figli vivi attorno a me. Vorrei sentirli qui sul mio petto, ma combattere è il nostro destino, morire è la nostra unica salvezza dall’occupazione».
Umm Nidal sogna di raccontare al mondo la sua rabbia nichilista. «Verrò in Europa, verrò da voi che ci chiamate terroristi, vi spiegherò perché lo facciamo, vi racconterò di quando ho donato i miei tre figli, e anche le vostre madri mi capiranno». Neppure i capelli al vento delle donne occidentali, neppure quella tunica la fa sentire diversa o lontana. «Certo, noi di Hamas vogliamo tornare ai principi della religione, ma non vogliamo imporli, l’hijab, il velo, sono solo un invito. Credetemi, non l’imporremo a nessuno».
Ma anche in fondo a questo simbolo disperato è rimasta un’anima. Devi solo chiederle cosa promette a Mohammad, a Nidal, a Rawad quando rimane sola. Quando arriva la notte. Quando ricordi e paure la vengono a trovare. Gli occhi neri si tirano in due fessure lucide. Il simbolo s’impasta di dolore. La politica torna lontana. La macina del dolore morde il petto, divora lo stomaco, sussulta in gola. «A loro non posso più promettere nulla. Quando li vedo, quando tornano a trovarmi, li imploro di aiutarmi a morire presto, di trovarmi un posto al loro fianco. Quando se ne vanno respiro di nuovo. Rivivo orgogliosa nel loro coraggio. Orgogliosa di reggere il dolore, di portare il loro ricordo in Parlamento. Ma non dura a lungo. Ogni giorno tornano. Ogni giorno sento l’ultimo bacio di Rawad. Lo vedo, è felice, beve da un fiume in cima a una collina, mi prega di non piangere perché lui sta bene e ci attende tutti. Allora smetto di essere un simbolo. Desidero solo diventare una martire, e prego Dio di concedermelo in fretta».