La deputata: «Non ho paura, liberiamo le donne dal velo»

Gianandrea Zagato

da Milano

«Sono condannata a morte ma non me ne frega niente». Daniela Santanchè mette subito i puntini sulle «i». Di quella sentenza coranica scagliata via etere dall’imam Ali Abu Shwaima non ne vuole parlare, «non è un problema, il punto è un altro» dice: «Il velo non è un simbolo religioso ma politico. È l’emblema di quella sottomissione che, a nord di Bagdad, è costata anche la vita a una ragazza di ventidue anni accusata di adulterio».
Comunque, onorevole Santanché, da oggi è sotto scorta.
«Protezione decisa dal ministero dell’Interno. Ma, lo ripeto, il problema è che dietro quel velo imposto politicamente si nasconde un’ideologia oscurantista e totalitaria che non ha alcun rispetto dei principi di libertà, di opinione e di scelta delle persone».
Il ministro per la Solidarietà sociale, Paolo Ferrero, la pensa diversamente e continua a sostenere che il «velo non è un problema».
«È un virgolettato pericoloso, quello del ministro Ferrero. Come si può pensare che il velo non sia un problema? È davvero preoccupante ma non mi stupisce: infatti, è sempre il frutto di quel silenzio assordante di una sinistra indulgente e buonista che non s’accorge dell’evidenza, della condizione di sudditanza delle donne islamiche».
Tema messo a nudo nelle 118 pagine del suo libro, «La donna negata»...
«Libro criticato, messo alla berlina e condannato sia su siti islamici che dagli schermi della tv di Stato iraniana. Motivo? Scrivo delle donne islamiche e di quell’ideologia che non le rispetta e che si nasconde dietro il velo. Ma questo non mi ferma, non ci deve fermare: bisogna liberare le donne dal velo e noi siamo al loro fianco».
Con lei c’è sicuramente anche il ministro Barbara Pollastrini, che, infatti, le invia un messaggio di solidarietà.
«Ne sono felice. La telefonata del ministro Pollastrini è davvero importante soprattutto perché insieme daremo vita a un Forum per affrontare questo e altri problemi, questo e altri drammi e trovare soluzioni. La condizione delle donne musulmane dev’essere al centro dell’attenzione della politica. Non credo che la scelta francese sia quella da replicare in Italia. Ma credo però che la civiltà di un Paese si misura dal rispetto nei confronti delle donne».
Il presidente del Consiglio Romano Prodi ha suggerito alle immigrate musulmane di «non nascondersi dietro il velo».
«Considerazione di buon senso, che coglie solo un particolare del problema e che, attenzione, bisogna affrontare nel Paese con un dibattito perché io voglio che mio figlio cresca in un Paese libero e che sia un uomo libero».
Come dire: la minaccia dell’imam Abu Alì Shwaima è un’espressione fondamentalista.
«Sostenere “io sono un Imam e non permetto a un ignorante di parlare del Corano”, come il sedicente Imam ha fatto su Sky, è un’aggressione verbale di chi vuole mortificare la donna, di chi pensa che il corpo femminile sia qualcosa di impuro da nascondere. È un segno pericoloso perché per queste persone l’integrazione non è una priorità».
Integrazione significa anche scuola pubblica. A Milano vogliono aprire a tutti i costi una scuola araba, con il benestare del ministro Giuseppe Fioroni.
«È una vergogna. È una vergogna perché in quelle aule non c’è traccia di un programma in italiano. Quella non è l’integrazione che vogliamo ma la creazione di un ghetto nella periferia milanese. Ho visto nelle fotografie e nei servizi televisivi che le bambine di quella scuola portano il velo, mi dispiace per loro. Ed è anche per loro che vado avanti in questa battaglia contro la discriminazione e contro la violenza consumata pure contro quelle donne che non portano il velo».
Nessuna paura?
«Mi batto da anni per l’affermazione di un Islam moderato e per la dignità delle donne musulmane. So che bisogna isolare politicamente e culturalmente tutti i fanatici, gli intolleranti e gli integralisti che cercano di alimentare lo scontro di civiltà, mentre è necessario lavorare per l’integrazione e il dialogo».