IL DEPUTATO EX AN 4 MASSIMO CORSARO

MilanoMassimo Corsaro ha già fatto i conti: «Tra parlamentari e consiglieri di An, siamo più di duecento. Se ci mettiamo duemila euro a testa, entro settembre siamo a quota quattrocentomila euro e ricompriamo la casa». Indirizzo dell’abitazione: rue Princesse Charlotte 14, Principato di Monaco. Già, perché il parlamentare e vicecoordinatore lombardo del Pdl ha lanciato una proposta d’acquisto sull’appartamento più contestato della Repubblica, venduto da Gianfranco Fini a una società off shore e attualmente occupato dal “cognato” Giancarlo Tulliani. Tra gli aspiranti acquirenti Viviana Beccalossi, Maurizio Bianconi, Teodoro Buontempo, Riccardo De Corato, Paola Frassinetti, Alessandra Gallone, Mario Landolfi.
È una provocazione politica o qualcosa di più?
«Mi sembra un’offerta vantaggiosa per la società off shore! Ha comprato solo due anni fa a trecentomila euro e può realizzare una plusvalenza di oltre il 30 per cento! Domani formalizzerò la lettera e la manderò a tutti i parlamentari di An, incluso Fini».
Allora è una provocazione...
«Secondo me ce la facciamo a restituire la casa ai legittimi proprietari, che sono i militanti. Siamo partiti in dieci, in poche ore se ne sono aggiunti molti altri. Magari qualcuno della società misteriosa viene anche a firmare, così nel frattempo scopriamo chi è».
Un suo giudizio sull’intera vicenda?
«È tutta una cosa dalle fosche tinte. Il patrimonio di An che doveva confluire nella Fondazione non appartiene solo a chi è diventato personaggio ma soprattutto a chi ha messo lacrime e sangue nel partito. La porcheria ai militanti è la cosa più grave, non mi interessano neppure gli aspetti legali, anche se ci sono parecchie cose che non tornano».
Quali sono le cose che non le tornano?
«Sono sicuro che è tutto regolare, tutto a posto, che l’atto è formalmente ineccepibile... Ma noto che l’immobile è stato venduto in fretta e furia, che non è stato informato il reggente del partito, che non è stata fatta alcuna comunicazione delle offerte d’acquisto e che adesso è occupato da un inquilino noto agli uffici».
Come si spiega che l’affare immobiliare sia stato gestito in questo modo?
«Non me lo spiego. Siamo tutti stravolti, anche perché la giustificazione di Fini non giustifica nulla, si ferma al punto da cui avrebbe dovuto cominciare. Oltre tutto, il nostro è un partito con una grande dotazione patrimoniale: abbiamo comprato sedi in tutta Italia, usando i contributi pubblici. È retaggio della storia del Msi, quando nessuno voleva affittare case ai fascisti».
È preoccupato per la gestione del patrimonio?
«C’è piaciuta l’idea della Fondazione se serve per tenere viva la storia del partito, ma se serve a far vivere un rampollo in riviera... Diciamo che siamo in presenza di un utilizzo non chiaro delle risorse di una comunità, che è anche una comunità speciale perché per sopravvivere ha avuto ventuno morti ammazzati».
Che c’entrano le vittime della violenza con gli appartamenti?
«Non si può scherzare con il rispetto che si deve a militanti che sono arrivati a sacrificare la vita per costruire la nostra storia».
Fini si dovrebbe dimettere?
«Non ho aderito alla richiesta di dimissioni, perché l’episodio è grave ma non tale da determinare un obbligo di dimissioni. Certo, l’etica politica insegna che se non ti riconosci nella comunità che ti ha mandato ad assumere un ruolo, è meglio se lo lasci. Io al suo posto mi sarei già dimesso».