Derby, quasi un altro 5 maggio per l'Inter

I nerazzurri perdono il derby 2-1 e si ritrovano con la Roma ancora a 3 punti. Tornano i soliti fantasmi, ma per fortuna <strong><a href="/a.pic1?ID=259234">era solo il 4 maggio</a></strong>.<strong><a href="/a.pic1?ID=259234"> </a></strong>Capolista <strong><a href="/a.pic1?ID=259308">tradita dai suoi campioni</a></strong>

Milano - Se questo è il Milan, difficile tenergli testa. Specie se poi Mancini, consapevole dei limiti attuali della sua Inter, decide di starsene nel proprio guscio per tutto il primo tempo senza mai mettere fuori il naso per paura di restare folgorato dall’elettricità di Inzaghi. Se questo è il Milan, attento, disciplinato sul piano tattico, in salute, assistito dalla coppia centrale difensiva composta da due mastini (Nesta e Kaladze), è difficile rimontarlo come accaduto nel derby dell’andata e in cento altre occasioni nel corso di questo scellerato campionato dilapidato a piene mani prima dell’ultimo rush (12 punti in 5 partite, 16 gol seminati nello stesso parziale) che riapre persino il portone della Champions. Se questo è il Milan, disinvolto ed efficace, bisogna provare ad attaccarlo in modo serrato e invece le ridotte vitamine a disposizione dell’Inter e lo smalto strepitoso di alcuni campioni (Ambrosini, Kakà e Inzaghi su tutti) costringono Julio Cesar a difendersi con le unghie. Nonostante quel disperato tentativo di «oscurare» Pirlo con la marcatura a uomo di Maniche ordinata da Mancini e mantenuta fino al gol dello 0 a 2, a derby compromesso cioè.

Con Pirlo guardato a vista, il Milan è capace di cambiare registro e di inventare gioco secondo altri schemi, altre inedite direzioni di marcia. Chiamando Seedorf più volte a impostare senza che Vieira si occupasse in qualche modo di limitarlo, di saltargli sulle caviglie, di ridimensionarlo, per esempio. E poi scatenando quel flagello delle difese che si chiama Kakà, Pallone d’oro in carica e cento scatti perentori da realizzare sul prato prima di schiantare la concorrenza. Suo il primo assist delizioso per Pippo (paratona di Julio Cesar), suo il cross millimetrico per la testa di Pippo (bruciato Rivas) per aprire lo scrigno del derby, sua la stoccata sull’uscita del portiere dopo l’errore sesquipedale di Vieira (Ambrosini gli ruba un pallone decisivo). Con un Kakà così l’anno prima, il Milan volò sulla collina di Atene, con un Kakà così, scortato da un Inzaghi fulminante, raggiunse la vetta del mondo a Yokohama: Kakà è una garanzia, l’uomo che decide da solo le sfide più importanti, oltre che le strisce di partite fondamentali di una stagione.

Per una volta, il Milan resiste alle cariche interiste e non deraglia neanche dopo il solito sfondone del suo portiere, Kalac questa volta mette una barriera chilometrica, 6 persone in fila per uno, in modo da non riuscire a vedere la traiettoria velenosa di Cruz sul proprio palo. Segno che si può organizzare uno straccio di difesa attingendo alle risorse interne, alla gioventù di Bonera e al recupero di Jankulovski ancora lontano dalla forma standard.

Se questo è il Milan, non serve Ronaldinho come riconosce pubblicamente Silvio Berlusconi, il presidente e conferma il suo vice Adriano Galliani sotto gli occhi di Pippo Inzaghi. Già, ma con un Pippo così (9 gol in 5 sfide), come si fa a togliergli il posto da titolare? Il primo acquisto è Flamini, annunciato ieri, il secondo è Zambrotta, poi c’è bisogno di un portiere (meglio se Frey invece che Abbiati) e di un centravanti (Sheva se si sente sopportato declina l’invito) prima di puntellare la panchina. Se questo è il Milan, la parola fine non è ancora scritta.