Un derby per Verdi, Muti "brucia" il "Don Carlo" della Scala

Il maestro dirigerà "Otello" al Teatro dell'Opera di Roma il giorno prima dell'inaugurazione di Sant'Ambrogio a Milano. Nel 2005 fu vittima degli stessi orchestrali che sfidano la Moratti e Lissner

Milano A volte ritornano. Magari in foggia di fantasma come nel finale del Don Carlo, l’opera di Verdi che aprirà la stagione della Scala se gli orchestrali ritireranno lo sciopero. Ma non è solo il fantasma dello sciopero. Aleggia sulla prima milanese del 7 dicembre lo spettro di Riccardo Muti, maestro il cui nome è indissolubilmente legato alla storia della Scala, guidata per vent’anni, fino all’addio degno delle migliori arie del melodramma.
L’ex direttore musicale della Scala il 6 dicembre agiterà capigliatura e bacchetta nell’Otello, chiusura di stagione dell’Opera di Roma, da anni in cerca di autore e di rilancio. Muti esegue Verdi nella capitale il giorno prima del Sant’Ambrogio scaligero, suo in una lunga sequela di trionfi dal 1986 al 2004. Chissà se ci si azzecca a pensare che la (quasi) coincidenza di date sia stata studiata a tavolino, per avere un derby Milano-Roma in un campo riservato a una nicchia di appassionati ma solitamente escluso dall’attenzione del grande pubblico.
Riccardo Muti versus Daniele Gatti, Roma contro Milano, Otello contro Don Carlo, Verdi contro Verdi. Don Carlo è una nuova produzione, Otello un nuovo allestimento realizzato in cooperazione con il Festival di Salisburgo ma l’opera arriva dopo un quarantennio di assenza e l’attesa del pubblico è ansiosa. Tutto esaurito per le cinque recite, ripete una voce registrata a chi chiama la biglietteria del teatro romano. In vendita per beneficenza anche i posti per la prova aperta del 4 dicembre, stesso giorno in cui a Milano ci sarà (questa sì, con certezza) l’anteprima di Don Carlo dedicata ai giovani under ventisei. Una sfida nella sfida. Nessuna volontà esplicita da parte dei duellanti, ma a volte le battaglie vengono imposte dalla realtà anche a chi non le desidera, sono per così dire nelle cose.
Muti, che dal 2010 assumerà l’incarico di direttore musicale della Chicago Symphony Orchestra, una delle orchestre sinfoniche più prestigiose del mondo, ha accettato di legare il suo nome all’Opera di Roma, che da anni insegue a distanza il mito della Scala. Nel 2006, mentre Milano inaugurava con Aida (direttore Riccardo Chailly) Roma chiudeva con Carmen (direttore Alain Lombard). Allora le sfrontatezze gitane di Bizet non avevano neppure impensierito l’opulenza sognata da Zeffirelli per le vicissitudini della principessa schiava.
Oggi è tutta un’altra storia. A Roma suona il milanesissimo Riccardo Muti da Napoli, l’artista che tre anni fa fu vittima sacrificale del parricidio degli orchestrali ribelli, i medesimi che adesso lanciano la sfida al teatro, al sindaco, Letizia Moratti, al sovrintendente, Stéphane Lissner, ai sindacati Cgil, Cisl, Uil, all’opinione pubblica imbufalita da una protesta che suona simile a quella dei piloti Alitalia e a qualcuno ricorda le serate al pianoforte a bordo del Titanic.
Milano rischia di non avere la sua prima della Scala mentre Roma schiera un’orchestra meno illustre ma desiderosa di farsi largo nel mondo della lirica e in quello dei finanziamenti del Fus, il fondo unico dello spettacolo che la crisi impone di distribuire con meno generosità del passato. Il sovrintendente Lissner, che dal 2006 presenta bilanci in pareggio, ha ricordato che uno sciopero il 7 dicembre farebbe sballare i conti: la serata è una specie di contributo speciale, sono previsti due milioni di incasso. Non pochi in un momento in cui per il prossimo anno si teme un buco di 10 milioni. Loro, le cosiddette «masse artistiche», sono convinte di poter vincere anche questa battaglia e hanno addirittura portato le carte in tribunale, denunciando il teatro per comportamento antisindacale.
Gli orchestrali in sciopero sono riusciti a far fuggire Riccardo Muti, adesso sono pronti ad alzare ancora il tiro e a scioperare il giorno di Sant’Ambrogio. O forse l’orgoglio dei ribelli può essere solleticato dal desiderio di far ascoltare al Maestro quel che sanno fare senza di lui, il giorno dopo di lui.