LA DEREGULATION DELLA SICUREZZA

La terza sciagura aerea in dieci giorni ha riproposto la questione della sicurezza. Questa è la parola d'ordine che attraversa tutte le società. Sicurezza del posto di lavoro, sicurezza della salute attraverso la prevenzione, sicurezza della pensione, sicurezza alimentare, sicurezza garantita da polizze assicurative contro gli infortuni di qualsiasi tipo. A fianco di questi bisogni per così dire stabili, di lungo periodo, ci sono quelli legati al nostro tempo: allora si chiede che la sicurezza ci sia garantita nelle strade, anche in quelle vicine a casa, e nel luogo di lavoro, contro i pirati della strada, i rapinatori occasionali o metodici che setacciano quartieri e ville. Sicurezza nella scuola, dentro e fuori i locali notturni, sicurezza di conservare le proprie radici culturali - da cui discende una certa preoccupazione non sempre ingiustificata nei confronti dell'immigrazione illegale. E, soprattutto, la madre di tutte le sicurezze, quella contro il terrorismo, che nessuno però può darci.
Forse questo bisogno di sicurezza è l’altra faccia della paura, o meglio di una somma di paure che ci costruiamo dentro e che la cronaca quotidiana alimenta. Ma ci sono problemi di sicurezza che potremmo gestire meglio, facendo ricorso all’intelligenza e al buon senso e dunque per prima non creando le condizioni dell’insicurezza. L'ultimo esempio ci viene appunto dall'aereo precipitato in Venezuela con circa 160 vittime. Lasciamo da parte le cause naturali, le pessime condizioni del tempo, che se non sono realmente improvvise possono comunque essere fronteggiate con deviazioni di rotte o rinvii delle partenze (e questa è una soluzione di buon senso). Pensiamo invece a quella categoria affermatasi negli ultimi anni, le «carrette del cielo», aerei di seconda o terza mano acquistati da compagnie che sorgono dal nulla e che, praticando prezzi stracciati, acquistano clientela (e queste sfidano l’intelligenza). Da distinguere bene da quelle compagnie che, gestendo con oculatezza il rapporto prezzo/passeggero, le prenotazioni, scali prefissati, servizi a bordo e a terra, riescono a offrire un viaggio sicuro a un prezzo vantaggioso. Queste ultime non sono «carrette del cielo». Ben vengano queste compagnie, perché la situazione quasi monopolistica delle grandi società di trasporto aereo aveva mostrato tutte le diseconomie dei «titani». Era chiaramente un non senso economico.
Bisognava porvi rimedio, bisognava liberalizzare, soprattutto perché il ricorso al trasporto aereo da tempo non era più appannaggio di una clientela ristretta, ma era diventato - statisticamente parlando - anche il mezzo di trasporto più sicuro. Bisognava liberalizzare, e lo si è fatto, ma attraverso una deregulation, non diciamo a regole zero, ma a regole tendenti a zero: sulla qualità dei velivoli, sul rigore della manutenzione, sull'utilizzo degli equipaggi. Prima o poi tutto questo doveva presentare il conto. Non sappiamo se la tragedia del Venezuela sarà l'ultima goccia che fa traboccare il vaso: lo speriamo, ma temiamo che non sia così. Allora bisogna muoversi, e anche se il volo aereo resta il più sicuro, in termine di percentuale di perdite di vite umane rispetto ai passeggeri, diventa una questione di civiltà e di serietà chiedere che certe norme elementari e sufficienti di sicurezza vengano osservate. Non si deve scambiare il liberalismo, da cui deriva il principio della liberalizzazione del trasporto aereo come di qualsiasi altro settore dei servizi, con l'assenza di regole. Liberalismo economico e anarchia non vanno d'accordo. Anzi, sono agli antipodi.