DEREK WALCOTT

Apprendi che un poeta settantaseienne è in Italia per ricevere il premio Grinzane «Una vita per la letteratura» e non ti aspetti di trovarti di fronte un personaggio dal fisico atletico, gli occhi azzurro-oceano che risaltano sulla carnagione creola. Derek Walcott incarna in modo perfetto e affascinante la realtà caraibica, ibrida e avventurosa, di cui è il principale cantore. Omeros, poema epico ambientato nella quotidianità dei Caraibi di oggi, è considerato il suo capolavoro. E narra di due pescatori, Ettore e Achille, innamorati della stessa donna, una cameriera di un hotel a Santa Lucia, l’isoletta vulcanica dove Walcott è nato. Uscito nel ’90, gli è valso, due anni dopo, il premio Nobel nel 1992. Adelphi lo ha pubblicato insieme ad altri poemi walcottiani, ultimo dei quali è Il levriero di Tiepolo.
Mr Walcott lei ha vinto la scommessa, meglio, un Nobel, con una forma di poesia considerata fuori moda.
«I lunghi poemi narrativi nella tradizione inglese appartengono in particolare al periodo vittoriano. Ma se qualcosa va fuori moda in Europa o negli Stati Uniti non significa che sia fuori moda in altre parti del mondo. Il romanzo è un’esperienza nuova nei Caraibi e quindi si assiste a un’opera molto sperimentale in questo senso. E nelle isole Fiji il poema lungo non è fuori moda e non si può pensare che lo sia solo perché lo è a Parigi o a Londra».
La sua poesia è considerata classica.
«C’è un fraintendimento: quello di attribuire a chi usa una certa forma compositiva il titolo di classico. Non è così. Non mi considero un classico».
Ha mai scritto in prosa?
«La poesia è sempre stata la mia vocazione. Mio padre, che non ho mai conosciuto, scriveva versi. Mia madre, insegnante, recitava versi in casa. Ma come tutti i poeti ho scritto un romanzo. Un brutto romanzo».
Si può interpretare Omeros come epica del quotidiano, della vita caraibica di ogni giorno?
«La storia caraibica è una storia di sofferenza. Lo sterminio dei nativi, gli Aruacs. La schiavitù. Le guerre di conquista. Santa Lucia è passata di mano tra francesi e inglesi tredici volte. I sopravvissuti sono, per natura, forti. Anche se non vogliono esserlo. Ed è un eroismo quotidiano quello attuale che io celebro».
«Tra la visione del Tourist Board e il vero/ Paradiso c’è il deserto» scrive all’inizio di Prima luce, opera dedicata alla madre: nei suoi versi c’è il senso del viaggio, della scoperta, ma anche la critica del turismo come una minaccia.
«La questione turistica dipende dalla scala. L’Inghilterra rende Shakespeare una risorsa turistica. Lo stesso fa la Grecia con le sue risorse classiche. E questo va bene. La situazione è peggiore nelle piccole isole che dipendono dal turismo. A Santa Lucia è terrificante. Ci sono intere spiagge il cui territorio è stato venduto agli hotel. La gente locale non fa più il bagno. Inoltre la cultura dell’ospitalità implica una sottocultura di schiavitù. Le persone che lavorano in questo settore devono dare l’impressione al turista di essere felici. L’ospitalità diventa una schiavitù, implica una felicità compulsiva. Ecco quello di cui normalmente scrivo. Le grandi multinazionali hanno la proprietà degli hotel esattamente come hanno la proprietà delle piantagioni. I profitti vanno all’estero. Poco rimane alla popolazione locale. Abbiamo hotel di lusso ma non un museo, non un teatro. Perché il governo non obbliga queste grandi multinazionali a costruire un museo, un teatro, qualche cosa che dia occasioni di crescita culturale?».
La presenza del mare ha influenzato la sua poesia?
«In una piccola isola il mare permea di sé ogni cosa. In modo visibile e invisibile. La vastità dell’oceano ti fa sentire piccolo nei confronti del creato. Il ritmo delle onde ti trasmette la sensazione del fluire del tempo. Tutto quanto ha a che fare col mare ha a che fare con la mia poesia. La profondità. Ma anche la superficialità».
È cresciuto in una famiglia metodista. Questa educazione l’ha influenzata?
«Crescere in una famiglia metodista in mezzo ai cattolici ti fa sentire blasfemo. Ti dicono che andrai in purgatorio o non so dove. I preti cattolici di Santa Lucia erano dei contadini francesi di vedute ristrette, stupidi e provinciali».
La presenza nei Caraibi di molte razze, culture e religioni, ne fa, secondo alcuni studiosi, un laboratorio mondiale dell’ibridazione.
«È vero. Africani, indiani, musulmani, europei convivono nei Caraibi in armonia. Alcuni dicono che esagero quando dico questo. Ma credo sia un dato reale. Ciò non significa che non ci siano tensioni. Per esempio tra indiani e africani».
Esiste un risentimento nei confronti dei colonizzatori?
«Io non posso parlare a nome di tutti i caraibici. Ma non vedo odio per quanto è avvenuto nel passato».
E più in generale qual è la sua visione politica?
«La gente è convinta di vivere nel peggior periodo storico possibile. È sempre stato così, in tutti i tempi. Oggi siamo in un’epoca di passaggio. Da potenza indipendente e democratica gli Stati Uniti sono diventati un impero. Ma gli europei non possono criticarli. Tutti loro hanno avuto un impero: inglesi, francesi, italiani, olandesi».
Una vita per la letteratura. Ha cominciato a scrivere presto. Dopo tutti questi anni non ha il rimpianto per non avere fatto qualcos’altro?
«Non vorrei avere fatto nient’altro di diverso rispetto a quello che ho fatto. Vorrei solo averlo fatto meglio».
C’è una sua poesia, Concludendo, in cui lei dice «Non chiedo nulla alla poesia se non un vero sentire». Che cosa le ha dato la poesia. Fama? Sollievo?
«Non sono poi tanto diverso dal ragazzo di 18-19 anni che ha iniziato a scrivere poesie. Sono solo diventato un po’ più vecchio e orgoglioso della mia vocazione. Non chiedo nulla alla poesia, spero solo di poter dare io qualcosa a qualcuno con la mia poesia, e in particolare un senso di pace per i lettori».
Ha scritto che comporre versi è come avere un’emorragia. La poesia le dà sofferenza?
«Forse sono stato troppo melodrammatico. Nella poesia c’è l’aspetto della sofferenza. Ma perdere sangue può essere anche curativo. Basta pensare alle sanguisughe».