La deriva anti Cav spacca i finiani Un altro deputato rientra nel Pdl

RomaCrepe nel Fli. La deriva antiberlusconiana e antigovernativa presa dal presidente della Camera ha il primo effetto proprio in casa futurista. Fini addio, torno nel Pdl. A dichiararlo chiaro e tondo è il deputato Giuseppe Angeli, onorevole eletto all’estero con le preferenze, che a sparare a questo governo proprio non ci sta. Così, dopo mesi di mal di pancia, rompe gli indugi, fa scendere a quota 36 le truppe di Fini e dichiara in conferenza stampa: «Rientro nel Pdl, dove sono stato eletto nel 2008. Spero che non si voterà la fiducia ma se ci dovesse essere, io sosterrò questo governo e voterò il presidente del Consiglio». E ancora: «Berlusconi, piaccia o meno, sta facendo bene all’Italia e io devo difendere gli interessi dell’Italia nel mondo». Sostenendo questo governo. Punto. Spiega che nelle ultime settimane non gli è proprio garbata la piega che stava prendendo il presidente della Camera: «Ho visto che le cose non andavano bene. Non mi è piaciuto il discorso di Bastia Umbra; non mi è piaciuto il ritiro della delegazione finiana dal governo; non mi è piaciuta la richiesta di dimissioni del premier. Il governo, questo governo, non deve cadere».
Decisione difficile, quella di Angeli, legato a Gianfranco Fini ma anche a Mirko Tremaglia: «Li ho seguiti per amicizia, per affetto. Ma già non ero d’accordo con la spaccatura del centrodestra». Nessuna compravendita, nessuna asta per riportarlo all’ovile. Angeli quasi si offende quando cercano di cavargli fuori dai denti qualche ammissione: «Ho una sola parola: Angeli non è in vendita. E poi io non ho certo bisogno di soldi. Sono un imprenditore e in Argentina ho una ditta che dà lavoro a 600 persone. Non ho bisogno di nulla». La decisione di tornare sotto le insegne con le quali è stato eletto, di certo non piace a Fini che, tuttavia, non ha parlato col suo ormai ex soldato. «Ho cercato di parlargli ma non ci sono riuscito. Ho avvisato per telefono la sua segretaria Rita Marino che s’è detta dispiaciuta ma spiegherò le mie ragioni anche a Gianfranco che, sono certo, capirà».
Accanto ad Angeli, in conferenza stampa, il sottosegretario Daniela Santanchè e i due coordinatori del Pdl Denis Verdini e Ignazio La Russa. La Santanchè lo dice chiaro e tondo: «Oggi è partita la controffensiva. Non è calciomercato del Pdl, questo. Ma la controffensiva è partita dal Fli». Poi la rivelazione: «Ho ricevuto telefonate da componenti del Fli. Alcuni di loro mi hanno chiesto di informare Berlusconi che non voteranno la sfiducia. Oggi sono venuti allo scoperto». Mette il dito nella piaga futurista, Santanchè. Perché accanto ai malumori per il Pdl e accanto alla fiducia assegnata al presidente Fini, tra le fila del Fli non manca chi avrebbe un discreto mal di pancia a mandare a casa questo governo. E il ministro La Russa conferma: «Ho ricevuto delle chiamate: due o tre esponenti di Futuro e libertà, di cui almeno due di spicco, mi hanno detto che non parteciperanno al voto di sfiducia».
La verità è che, purtroppo per Fini, l’aver aizzato troppo la platea anti Cav rischia di essere controproducente. Stanno ancora sottocoperta i finiani scettici di cotanto antiberlusconismo ma non è un mistero che alcuni sarebbero in seria difficoltà a staccare la spina all’esecutivo. Con molte sfumature differenti. Il moderato Menia, per esempio, sarebbe anche disposto a uccidere il governo ma con molti distinguo. Lo farebbe con dolore, come extrema ratio. A lui, peraltro di destra doc, votare la stessa mozione di Bersani e Di Pietro verrebbe il travaso di bile. E poi, qualora si corresse dritti alle urne, stare in polo di centro lo farebbe star male. E come lui Donato Lamorte, Antonio Belotti, Silvano Moffa, Andrea Ronchi, Pasquale Viespoli, Carmine Patarino. Assieme a loro Catia Polidori, Giuseppe Consolo e altri che lavorano incessantemente affinché non si arrivi allo show down in Aula. Poi c’è chi, come l’onorevole Gianfranco Paglia, medaglia d’oro al valor militare, sangue militare nelle vene, ha giurato fedeltà a questo governo ma anche lealtà a Fini. Posizione scomoda la sua, soprattutto perché più che politico Paglia resta un fior di soldato. La cui parola è sacra.